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Ucciso Arrigoni, il volontario italiano sequestrato nella Striscia di Gaza

una foto recente di Vittorio Arrigoni

Poco prima del 2.00 del mattino arriva la notizia: è stato trovato il corpo senza vita di Vittorio Arrigoni, il volontario italiano sequestrato ieri nella Striscia di Gaza. Lo fanno sapere fonti della sicurezza di Hamas che riferiscono anche dell’arresto di due presunti colpevoli e della dinamica dell’uccisione: l’uomo sarebbe stato soffocato durante un blitz di Hamas. Una notizia scioccante ancor più perché inattesa, almeno in queste ore: l’ultimatum sarebbe scaduto intorno al 16.00 di oggi, 30 ore dopo il rapimento avvenuto alle 11.00 di ieri mattina. Arrigoni era stato rapito per ottenere in cambio del suo rilascio la liberazione di detenuti salafiti, fra cui il capo del gruppo, nelle carceri di Gaza, arrestati nel marzo scorso.

   Un’accelerazione incomprensibile quindi, visto che – stando alle notizie dei media – erano in corso trattative coi rapitori, un gruppo di estremisti islamici salafiti, ma forse annunciata dalla diffusione sul web di un video che ritraeva il pacifista bendato e ferito al volto, tenuto per i capelli da uno dei suoi aguzzini. Trattativa, si deve ammettere, naufragata nonostante l’intervento della intelligence palestinese, di grande influenza nello scacchiere di Gaza. Anche se, pare che Arrigoni non fosse l’unico obiettivo degli estremisti, piuttosto il “bersaglio numero 1” fra altri cooperanti.

   Icona del pacifismo internazionale a Gaza, Vittorio Arrigoni era una persona conosciuta e stimata: ha pagato per la sua coerenza e il suo impegno. Attivista per conto dell’International Solidarity Movement, 36 anni, di origini lombarde, aveva condiviso tante battaglie a fianco della popolazione civile della Striscia, ed in particolare dei contadini e dei pescatori palestinesi, impediti nel loro lavoro e nella possibilità di sostentarsi, vittime delle aggressioni e delle violenze indiscriminate delle forze israeliane, rischiando come loro la vita sotto il fuoco incrociato dei cecchini. E finendo incarcerato, due volte, e torturato nelle galere di Tel Aviv, essendo reo soltanto di aver combattuto per i diritti umani, contro quella che lui stesso definiva una “pulizia etnica del popolo pastinese”, una “omofobia”, una vera e propria “segregazione degli arabi israeliani”, fra cui molti bambini, “cacciati dalle loro terre, uccisi, torturati, massacrati dall’esercito israeliano”, privati dei loro diritti fondamentali “quotidianamente calpestati”, i “diritti alla proprietà, alla salute, a sposare chi vogliono”. E aveva documentato e denunciato la sofferenza del popolo palestinese attraverso le pagine del Manifesto di cui era corrispondente, attraverso il suo blog, seguitissimo, “Guerilla Radio”, la sua pagina facebook, un diario continuo dalla Striscia, e i suoi libri fra cui l’ultimo, dal titolo emblematico, che raccoglie i suoi reportage, “Restiamo Umani”: una voce dall’interno della Striscia, libera, obiettiva, coraggiosa. E proprio da facebook era partita la campagna per chiedere la sua liberazione e sollecitare l’intervento del governo italiano, che in queste ore era impegno a fare chiarezza sulla vicenda dai contorni ancora assai nebulosi. “Non credo nei confini e nelle barriere (…) apparteniamo tutti alla stessa famiglia umana” disse in una delle ultime interviste alla tv italiana, ribadendo “non lascerò mai Gaza: la mia vita è qui”. Il destino purtroppo gli ha dato ragione: per quella terra ha dato la vita ed ha trovato la morte.

 

Claudia Di Lorenzi

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