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Uccisi dalla crisi e dalle banche. Due morti che devono far riflettere

Avevano entrambi 60 anni, vivevano e lavoravano a centinaia di chilometri di distanza, uno nel profondo e ricco Nord, in provincia di Venezia, l’altro nel profondo e non altrettanto ricco Sud, nel Tarantino. Si sono tolti la vita a poche ore di distanza, un imprenditore artigiano e un commerciante, li legava lo stesso, drammatico problema di carattere finanziario. E sono solo gli ultimi episodi di una lunga serie che in questi ultimi mesi si sono succeduti con regolarità impressionante. Dire che qualcosa non funziona è sottolineare un’ovvietà. Un governo, una amministrazione, una collettività non può permettere che ciò accada. Ed è evidente che sono in atto dei meccanismi che stritolano chi lavora; altrettanto evidente è il fatto che deve messe in atto un sistema di protezione perché tutto questo non avvenga. Ne va della sopravvivenza del sistema paese, nel medio termine. Le due storie sono paradigmatiche, fortemente esemplificative, meritano di essere raccontate.
La prima vittima della crisi è un imprenditore artigiano di 60 anni, di Noventa di Piave (Venezia). L’uomo, padre di una figlia e residente a San Dona’, e’ stato trovato senza vita da un dipendente nel capannone della falegnameria che gestiva a Noventa. Sulle cause del gesto indaga la magistratura: ci sarebbe una lettera che l’artigiano ha lasciato in cui si spiega, secondo indiscrezioni, il perche’ del suicidio legato anche a problemi economici gravi che si sono verificati per la crisi che sta investendo da mesi anche il settore del legno. Si parla di un prestito non concesso dalla banche. Il gesto, riportato da molte testate locali, ha sollevato parecchi commenti, anche nel mondo della politica. Primo tra tutti quello del presidente della Regione Veneto Luca Zaia: “E’ scandaloso – ha detto Zaia – il fatto che sia nata una nuova figura di fallito. Una volta il fallito era quello che aveva i debiti, oggi sono quelli con i crediti. Anche questo nuovo tragico fatto va in questa direzione: oltre trenta suicidi di veneti che non si sono tolti la vita nei villaggi turistici, in vacanza, ma all’interno delle loro aziende”.
La seconda vittima si è tolta la vita impiccandosi con una corda a un albero nelle campagne di Ginosa Marina, nel Tarantino. Era un commerciante 60enne, titolare di un negozio di abbigliamento e di altre attività commerciali. A fare la scoperta è stato uno dei suoi tre figli, insospettito dal mancato rientro a casa del genitore. Il commerciante alle 15.30 aveva appuntamento con il direttore di una banca locale, a cui aveva chiesto un fido di 1300 euro per coprire una fornitura. L’uomo si era già rivolto a un legale e aveva aperto un contenzioso con la stessa banca in quanto si era visto addebitare somme rilevanti (oltre 4500 euro), che lui contestava, come commissioni per l’utilizzo del Pos, il terminale fornito ai commercianti per accettare il pagamento con carte di credito. Per questo aveva chiamato in causa anche la concessionaria del Pos, una società di Palermo. «Dagli estratti conto – spiega Giuseppe Lecce, il legale nominato dalla famiglia del commerciante suicida per seguire gli sviluppi dell’inchiesta – sono emersi addebiti sproporzionati per le transazioni, probabilmente frutto di errori. Il commerciante lo aveva fatto presente quando ha chiesto il nuovo fido, ma non è riuscito ad ottenere la copertura finanziaria». Il quaderno con le due pagine in cui il commerciante racconta la sua odissea è stato trovato all’interno dell’auto del 60enne, parcheggiata nei pressi del luogo in cui è stato scoperto il cadavere.

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