| categoria: economia

Boom delle rinnovabili? A rischio gli impianti convenzionali

Il boom nella produzione di energia rinnovabile, arrivata ormai a coprire oltre un quarto del fabbisogno nazionale di elettricità, unito a consumi ormai da anni stabili o in calo, rende sempre più mariginale la necessità di produrre energia dalle centrali tradizionali, costringendole a lavorare a scartamento ridotto, con pesanti ripercussioni sulla loro redditività.
A lanciare quello che per i grandi produttori di energia è un allarme rosso è il presidente dell’Enel Paolo Andrea Colombo. “Lo sviluppo delle rinnovabili, unito alla stagnazione della domanda, sta rendendo difficile la copertura dei costi di produzione degli impianti convenzionali, mettendone a rischio la possibilità di rimanere in esercizio”, ha lamentato oggi Colombo.
Le ultime conferme di come sta irreversibilmente cambiando il sistema di produzione e distribuzione dell’energia è arrivata non più tardi dell’altro ieri dal rapporto Comuni rinnovabili di Lega Ambiente. Dal 2000 ad oggi 32 TWh da fonti rinnovabili si sono aggiunti al contributo dei vecchi impianti idroelettrici e geotermici: è qualcosa di mai visto, che ribalta completamente il modello energetico costruito negli ultimi secoli intorno alle fonti fossili, ai grandi impianti, agli oligopoli”, si legge nel dossier.
Una lettura che non è ormai solo degli ambientalisti. Quanto è accaduto negli ultimi anni, spiegava il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, fa sì che ci sia “poco spazio per altre grandi centrali termoelettriche e questo impatta sul monopolio energetico nazionale”. “Ma ormai questo – concludeva Clini – è lo schema sul quale stiamo lavorando”. E allo stesso incontro anche il rappresentante di un’istituzione tradizionalmente cauta e conservativa come l’Autorità per l’energia ammetteva per bocca del suo presidente Guido Bortoni che “il paradigma è cambiato e il mondo dell’energia così come l’abbiamo conosciuto fino al 2008 non tornerà mai più”.
Il problema, agli occhi dell’Enel, è che quel mondo prevedeva una serie di impianti costati fior di investimenti ma che per essere redditizi hanno bisogno di produrre a ritmi ormai ampiamente superflui. In termini numerici a dare un’indicazione del fenomeno è l’ex consigliere di amministrazione di Enel G. B. Zorzoli, oggi presidente della sezione italiana dell’International Solar Energy Society”Questi (impianti, ndr) per ripagarsi dovrebbero funzionare circa 4-5mila ore l’anno, invece ne stanno funzionando, quando va bene, 3mila. Il ridotto uso dei cicli combinati si traduce anche in miliardi di metri cubi di gas in meno, con un innegabile vantaggio in termini ambientali e di bilancia dei pagamenti, ma con un danno economico per chi vende gas”.
Queste centrali servono infatti ormai sempre più come stabilizzatori della produzione, per dare continuità alla quantità di energia immessa in rete a fronte della inevitabile variabilità nella produzione da rinnovabili (legata alla quantità di sole e vento). Un compito che in un futuro sempre meno lontano dovrebbe essere svolto dalla cosiddetta “rete intelligente” (la smart grid) e dai sistemi di accumulo e back up.Un’evoluzione che Enel conta di rallentare (è stata anche oggetto di un duro scontro nei mesi scorsi con Terna 4) andando innanzitutto a rivedere il conto energia che nelle sue diverse versioni ha sino ad oggi fatto da volano a questa rivoluzione. Per questo Colombo ha invocato una “razionalizzazione degli incentivi” che consenta una maggiore efficienza, che “eviti gli sprechi inutili e garantisca lo sviluppo selettivo dei progetti”. “Tenuto conto dell’emergenza finanziaria – ha detto intervenendo alla Terza Conferenza del diritto dell’energia del Gse – è ragionevole attendersi un’adeguata ridefinizione dei meccanismi incentivanti”.
La riformulazione del conto energia (con il varo della sua quinta edizione), i nuovi incentivi per le rinnovabili extra fotovoltaico e quelli per le rinnovabili termiche sono in queste ore allo studio del governo 5 e stando alle prime indiscrezioni i provvedimenti andrebbero a colpire duramente il settore. Sul fatto che le concessioni fatte fino ad oggi siano state troppo generose, soprattutto alla luce del crollo dei prezzi dei moduli solari, è ormai opinione condivisa. L’orientamento politico iper punitivo mostrato sino ad ora dal governo (di “storuture insostenibili e da correggere” ha parlato anche oggi il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera) spaventa però gli operatori del comparto, alimentando più di un sospetto sul fatto che possa essere in qualche maniera ispirato proprio dagli interessi dei grandi gruppi come Enel. Emblematico, al riguardo, il giallo della bozza 6 circolata nei giorni scorsi e attribuita direttamente a un ghost writer di Enel. Circostanza seccamente smentita dall’azienda, senza però convincere l’autore della denuncia, il senatore del Pd Francesco Ferrante.

“Anche oggi – afferma il parlamentare democratico – Enel entra a gamba tesa sul tema dell’incentivazione alle rinnovabili, collegando lo sviluppo delle rinnovabili alle difficoltà incontrate sul mercato dalla produzione di energia elettrica da fossili. Le cose sono due: o si tratta di disinformazione o di una sorta di confessione di chi guarda al passato e ha paura del futuro. Sono comunque dichiarazioni gravi, a cui rispondiamo con argomentazioni fondate, ad esempio con l’autorevole studio dell’Università Bocconi diffuso proprio oggi, che stima i benefici netti delle Fer (fonti rinnovabili elettriche, ndr) al 2030 in 79 mld € nei prossimi vent’anni, suddivisi tra maggiore occupazione, mancato import combustibili fossili, export netto dell’industria e riduzione del prezzo di picco dell’energia”.

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