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Perchè la guerra nel Mali e la minaccia islamica ci riguardano da vicino

La Francia è in guerra nel Mali perché è da quel paese, e dai vicini
Ciad e Niger, che prende l’uranio di cui ha bisogno per le proprie
centrali nucleari che le permettono di pagare l’elettricità la metà
degli altri paesi europei. Ma la sua guerra è anche quella dei Paesi
europei a nord del Mediterraneo, Italia in primis: e non è un caso se
l’Italia è stata uno dei primi paesi ad offrire a Parigi il proprio
sostegno, sia un “covo” di terroristi – predoni (o predoni –
terroristi) islamici. Un bubbone che secondo i servizi di intelligence
di molti Paesi poteva e potrebbe contagiare i paesi vicini dell’area
sub sahariana minacciando la stabilità di Algeria, Libia e Tunisia,
già problematica per gli effetti della caduta di Gheddafi e delle
“Primavere arabe”.

Il Mali è un paese sterminato, i due terzi del quale, a nord, cioè
verso il deserto sotto il controllo – comprese città dal fascino
esotico come Timbuctù, Gao e Kidal – degli islamisti di Al Qaeda. Un
territorio con pochissimi abitanti, rivendicato dagli indipendentisti
Tuareg, gli uomini blu del deserto, tra i pochi a conoscere tutte le
piste percorribili coi cammelli o in fuoristrada. E’ in quell’area,
vasta quasi dieci volte l’Italia, quasi impossibile da controllare,
che transitano da decenni tutti i traffici proibiti: armi, droga –
secondo la Dea americana passa di lì il 60% dell cocaina sudamericana
venduita in Europa – addirittura schiavi. I primi a “militarizzarla”
seriamente (prima c’erano soltanto bande di beduini predoni) sono
stati i reduci islamici della guerra in Afghanistan, quelli che tra
gli anni 1980 e 1990, avevano combattuto contro i sovietici e, di
ritorno in patria (soprattutto in Algeria) si erano messi in proprio
seminando terrore in casa e fuori.

La “tempesta perfetta” che stava trasformando il nord del Mali in
un’altra Somalia (un paese che esiste soltanto di nome, primo di ogni
forma statale, retto da bande di predoni e terroristi dediti ad ogni
sorta di traffico) è scoppiata negli ultimi due anni per gli effetti,
combinati, delle “primavere arabe” che hanno rovesciato i precedenti
regimi, e della caduta di Gheddafi: è nel Mali, paese confinante, che
gruppi organizzati hanno trasportato durante e dopo la guerra libica
quantità immense di armi, missili compresi. A complicare ancor più la
situazione sono ritornate nel Paese anche le bande di Tuareg per anni
finanziate, e tenute buone, sia da Gheddafi sia dall’Algeria.

I tre movimenti islamici principali – Aquim, Al Qaida per il Maghreb;
Mujao, Movimento per l’unicità e la Jihad nell’Africa Occidentale –
controllano un’area dove i confini esistono solo sulla carta. Si
tratta del Sahel che com prende il sud dell’Algeria, della Libia,
quasi i tre quarti del Mali, parte del Niger, della Mauritania e
anche del Ciad. Qui ci sono i campi di addestramento dei guerriglieri,
le armi arrivano da chiunque è disposto a venderle, e i soldi per
comprarle giungono da paesi o gruppi di interesse che guardano con
attenzione alle risorse minerarie (oro, fosfati, uranio) e adesso
anche petrolio per i quali l’instabilità è un fattore positivo.

Dall’area nel cui epicentro si svolge in questi giorni la guerra
della Francia è del resto facile raggiungere, e destabilizzare, anche
aree che per l’Europa – e come detto anche per l’Italia – sono vitali
dal punto di vista energetico ed economico. Come il giacimento di gas
di Amenas, nel sud dell’Algeria,(secondo fornitore di gas dell’Italia)
gestito da una joint venture tra la BP, la norvegese Statoi e
l’algerina Sonatrach. E’ qui che, ieri, terroristi di Aqim hanno
preso 41 ostaggi di diverse nazionalità (e fatto due morti) per
rappresaglia contro il governo di Algeri perché ha concesso agli aerei
militari francesi diretti nel Mali il sorvolo del territorio.
Giacimenti analoghi, di gas e di petrolio, si trovano , sempre alla
frontiera con il Mali, in Libia: e non è detto che le operazioni dei
ribelli maliani non si estendano anche in quella direzione.

Il doveroso interesse dell’Italia per la regione è risultato chiaro
dal colloquio che il leader libico Magarief ha avuto con il presidente
Giorgio Napolitano, preoccupato dopo l’agguato di Bengasi comntro il
console Guido De Santis. “L’Italia – ha detto Magarief – ha un
interesse diretto all’intervento francese perché la stabilità
dell’interno del Maghreb rappresenta per la Libia una grossa falla che
Tripoli da sola non è in grado di arginare”. E difatti il Sud della
Libia, il Fezzan, è fuori controllo dalle autorità. A Est la
Cirenaica, dove si trova l’80% delle risorse petrolifere libiche,
invia segnali sempre più preoccupanti. Inoltre l’Italia ha con i
paesi della sponda sud un interscambio , tutt’altro che trascurabile,
di 57 miliardi di euro l’anno, e siamo il principale partner di tutti
i paesi del Maghreb: la loro sicurezza è anche la nostra.

Decisiva, ai fine della stabilità, sarà l’atteggiamento dell’Algeria,
la potenza egemone dell’area. Molti, dopo il sequestro ieri dei 41
lavoratori del giacimento di Amenas, hanno accusato il governo di
avere sottovalutato la gravità del pericolo terroristico. Per altri,
l’intervernto francese nel Mali e il sequestro di ieri segnano
inevitabilmente “l’internazionalizzazione” della guerra maliana, e
mette in gioco gli equilibri della regione, i siti petroliferi, le sue
tribù, la sua storia, le multinazionali che vi operano. Ma c’è anche
chi ricorda che per anni, l’Algeria ha collaborato con l’occidente per
fermare il terrorismo che dall’Africa tentava di passare in Europa.
Carlo RebecchiCopyright © 2013 – tutti i diritti riservati

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