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Quanto costerà il no del professore alle unioni gay?

Una piccola frase dopo l’altra, in questa campagna elettorale sempre più anomala e nuova, le tessere del puzzle si uniscono per delineare
un progetto che non è ancora globale ma sul cui disegno complessivo si aprono spiragli. Non si sa ancora ovviamente chi vincerà le elezioni, ma già – se si guarda al centro e a sinistra – si può avere un’idea sugli ostacoli che possono rendere difficile la coesistenza, in un
medesimo governo, dei centristi guidati da Mario Monti e del Pd di Pierluigi Bersani. O che potrebbero addirittura impedire anche solo di
ipotizzare un governo del genere già prima delle elezioni. In vista di un governo di centrosinistra, l”ostacolo principale ha un nome e cognome: Niky Vendola. Il quale è incompatibile con Monti non soltanto per le sue idee in economia (e sui ricchi da mandare “all’inferno”) che affondano le radici nel vetero-marxismo. Tra Monti e Vendola il contrasto forse più difficile da superare è un altro: è il no che quel “matto che si crede Monti” (copyright Silvio Berlusconi) ha detto al matrimonio gay e alle unioni di fatto tra persone dello stesso sesso, che sono al primo posto nel programma del Pd. Si tratta della “merce di scambio” che Vendola ha ottenuto da Bersani per entrare nella lista del partito democratico: il segretario pensava, inglobando il leader del Sel, di “coprirsi” a sinistra; progetto riuscito soltanto a metà, perché poi è spuntato il magistrato Ingroia con la sua “Rivoluzione civile”… Ora è evidente che Vendola sull’apertura del Partito Democratico alle unione tra gay non può accettare passi indietro. Come non può farne Monti, che ha basato la propria “salita in politica” sulle strutture di un partito, l’Udc, che è uno degli eredi diretti della Democrazia Cristiana che ancor oggi guarda al Vaticano, e che che, la notte scorsa su Sky, parlando di matrimonio gay e unioni di fatto, è stato chiarissimo. “Il mio pensiero – ha affermato – è che la famiglia sia
costituita da un uomo e da una donna e credo che la famiglia sia fondata sul matrimonio e ritengo necessario che i figli crescano con
un padre e una madre”. Detto ciò, ha aggiunto, “il Parlamento può certamente trovare delle soluzioni convincenti per regolare altre
forme di unioni e convivenze. Nel nostro movimento politico ci sono idee pluralistiche su questo tema così come nella società e negli
altri partiti”. Palliativi, rispetto a quanto chiede Vendola: ma se li accettasse, cosa ne penseranno i suoi possibili elettori? La presa di posizione di Monti è un passaggio essenziale dell’attuale, e ancora liquida fase preelettorale, e questo perché pone un ulteriore paletto a un governo di centrosinistra nel quale ci siano e Monti e Vendola; e questo mentre Bersani continua a predicare che dopo le elezioni cercherà il dialogo con i centristi. E’ la richiesta di una vera svolta riformista – come sarebbe stato Matteo Renzi – e un chiaro “fuori Vendola”.Sui temi economici, tenuto conto anche della gravità della crisi, mediazioni sono sempre possibili. E su questo Monti non chiude a doppia mandata: “La sinistra – sono le sue parole – ha fatto grandi passi avanti verso l’accettazione dell’economia di mercato, ma quando fa riforme verso l’apertura della concorrenza va un pochino contro la sua cultura storica” e infatti “é associata oggi a forze di estrema sinistra che sono a mio avviso conservatrici”. Sui temi etici, quali il matrimonio gay e le unioni di fatto, sulle quali i partiti lasciano addirittura spazio al voto secondo coscienza, un punto di raccordo, appare impossibile. Tanto più che, alla domanda di Ilaria D’Amico, se farebbe parte di un governo in cui ci fosse anche Vendola, il leader dell’Agenda Monti ha risposto di poter “solo dire che per quanto mi riguarda non vorremo stare in nessun governo nel quale non sia dominante l’impostazione riformista”. E alla successiva domanda se dunque non farebbe parte di un governo con Vendola, ha risposto, sorridendo: “Mi semplifica il compito perché lo ha già dichiarato lui…”.
Bersani, a questo punto, rischia di trovarsi in un “cul de sac”. “Scaricare” Vendola ormai non può più, almeno prima delle elezioni.
Può soltanto vincere sia alla Camera che al Senato. Oppure “scaricare” il leader di Sel subito dopo le elezioni, sull’altare di un governo
d’emergenza per evitare l’ingovernabilità. Chi ha qualche anno ricorda che così fece in Francia un socialista di nome Francois Mitterrand,
che salì all’Eliseo con i voti dei comunisti e poco dopo li “scaricò” dal governo. In nome della governabilità.

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