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ANALISI/ Egitto, lo scontro tra riformisti e radicali ostacolo sulla via alla democrazia

I dieci morti e quasi 500 feriti negli scontri avvenuti ieri in Egitto sono il conto che, nel secondo anniversario della rivoluzione che rovesciò Hosni Mubarak, il popolo egiziano paga per la ricerca della sua strada verso la democrazia. Le piazze gremite del cairo, Alessandria, Port Said e Suez hanno indicato chiaramente che la rivoluzione non è ancora finita nonostante la faccia del potere sia cambiata e al governo ci siano un partito e un presidente, I fratelli Musulmani e Mohammed Mursi, usciti da elezioni democratiche.Il vecchio resiste e il nuovo non riesce ad affermarsi, anche se Morsi – e la cosa fa sorridere – ha usato Facebook e Twitter per chiedere agli egiziani di “rifiutare la violenza”. Proprio il presidente egiziano, nel quale le masse egiziane non sembrano credere più, era il bersaglio delle manifestazioni di ieri, per sedare le quali l’esercito ha dovuto schierare le truppe a Suez, nelle vicinanze del canale, dove i morti sono stati otto.

La realtà è che i governanti espressi dalla rivoluzione, i Fratelli musulmani, non hanno saputo scegliere la via che porta ad una giusta democrazia. Il movimento è infatti diviso, come capita in molti partiti, sta riformisti e radicali, tra moderati e radicali. Uno “sdoppiamento” che impedisce di avviare qualsiasi azione di governo concreta nel senso auspicato dalla gente, per di più controllato dai militari che – come dimostra l’intervento dell’esercito delle ultime ore – sono garanti della stabilità ma anche della ricerca attiva di nuovi equilibri.

E questa situazione interna – alimentata anche da quella parte dei Fratelli musulmani che due anni fa è stata parte attiva della “primavera araba” che ha visto scomparire anche i regimi tunisino e (con le armi) libico – stride se poi si guarda a Davos, dove il premier egiziano Hisham Qandil, che è appunto espressione dei Fratelli Musulmani, ha festeggiato l’anniversario della rivoluzione di Piazza Tahrir tra i manager e gli investitori del capitalismo occidentali riuniti in Svizzera per il Worls Economic Forum.

“Sono qui perché qui sono più utile all’Egitto, il World Economic Forum è la migliore finestra sul mondo per spiegare le nostre necessità. Qui ci sono gli affari, qui c’è il denaro per gli investimenti che ci servono» ha spiegato Qalil, che con la presidente del Fondo monetario, Christine Lagarde, ha discusso della ripresa del negoziato del prestito di 4,8 miliardi di dollari in discussione da mesi, interrotto in occasione delle elezioni presidenziali e mai più ripreso concretamente. Un prestito per la cui concessione l’Ami chiede gravose riforme economiche. Ma è anche evidente che, senza aiuti, la rivoluzione prenderà strade sempre più estremistiche e radicali.
Si calcola che per una stabilizzazione politica del mondo arabo che gravita sul Mediterraneo, Egitto ma anche Giordania (sulla quale gravano i profughi del dramma siriano, almeno 300.000) e Tunisia ci vorranno almeno dieci anni. Per la stabilizzazione sociale ed economica però, dieci anni sono troppi. “In Egitto non abbiamo tutto questo tempo, il Paese sta esplodendo” avverte però, sempre da Davos, l’ex candidato laico alla presidenza, e uno dei leader dell’opposizione ai Fratelli musulmani. Con lo sguardo che corre al Mali e agli altri centri di destabilizzazione, anche terroristica, che si stanno rafforzando nella regione.
Carlo Rebecchi

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