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ANALISI/ Partito islamista alle corde, la Tunisia si avvita nella crisi

Hamadi Jebali

La Tunisia inizia questa settimana in un clima di incertezza estremo. L’assassinio di Chokri Belaid, il leader dell’opposizione laica i cui funerali hanno mostrato tutta l’insoddisfazione della popolazione verso il partito di maggioranza islamista Ennahda, sta avendo ricadute dirette proprio su questo partito, nel quale si è aperto un conflitto dall’esito al momento imprevedibile con il presidente del consiglio che esso esprime, Hamadi Jebali. Conflitto esacerbato, nella giornata di ieri, dalle dimissioni dei ministri del partito del presidente della Tunisia, il CPR (Congresso per la Repubblica), tre ministri e due segretari di stato.

Il braccio di ferro è tra il premier Jebali – che durante il regime del presidente deposto Ben Ali è stato in carcere per ben 11 anni – e il partito Hennahda, all’interno del quale egli rappresenta la corrente moderata. Davanti alla pressione del Paese, vittima di una crisi sociale aggravata dall’ingovernabilità provocata dal tentativo del partito Ennahda di introdurre nel Paese una costituzione ispirata alla legge islamica, la sharia, Jebali ha tentato il giorno dei funerali di Belaid quello che è da tutti definito un “colpo di poker”: ha annunciato cioè che avrebbe costituito un nuovo governo togliendo a Ennahda tre ministeri importanti, a cominciare da quello dell’interno.

Le reazioni nel partito islamista – considerato dalla maggioranza dei tunisini come il “mandante” dell’assassinio di Belaid – sono state violente, al punto che Jebali ha dovuto fare marcia indietro. Per poco però, perché è tornato sulla prima decisione, e ha minacciato di dare le dimissioni se non riuscirà a formare entro la metà della settimana, cioè mercoledì o al più tardi giovedì, quello che noi definiremmo un governo dei tecnici, formato cioè da personalità “competenti”, “senza appartenenza politica”. Ed ha precisato che il cambiamento dei titolari dei ministeri dell’interno, della giustizia e degli esteri – che gli islamisti rifiutano da mesi di lasciare.

Numerosi dirigenti di Ennahda hanno già annunciato di voler bloccare l’iniziativa di Jebali. Secondo loro, prima fare il rimpasto di governo il premier deve ottenere la fiducia dell’Assemblea costituente, nella quale gli islamisti sono in posizione di forza: Ennahda è infatti il partito che ha ottenuto il maggior consenso dopo la rivoluzione dei gelsomini della fine del 2011.

Jebali contesta questa affermazione, e un gruppo di esperti riunitosi nelle ultime ore nella Capitale sembra avergli dato ragione osservando che, in base alla legge relativa alla organizzazione provvisoria dei poteri pubblici, il capo del governo può “creare, modificare e sopprimere i ministeri e i sottosegretariati e fissarne le attribuzioni dopo delibera del consiglio dei ministri e informazione del presidente della Repubblica”.

L’ala radicale del partito, però, non ci sta. Gli islamisti favorevoli alla sharia hanno fatto sapere di essere pronti a scendere in piazza per difendere la “legittimità delle urne”. Un primo comizio a Tunisi, sabato scorso durante i funerali di Belaid, ha riunito 3000 persone. Altre 1000 si sono riunite a Gafsa. Il partito Hennahda è all’origine dei molti episodi di violenza che si stanno moltiplicando da mesi nel Paese. E trova proseliti grazie alla crisi sociale, gravissima perché i senza lavoro sono circa il 30%.

Di pari passo è in crisi anche la stesura della nuova costituzione, bloccata dalle correnti islamiste e, dopo l’uccisione di Belaid, dalle dimissioni dei rappresentanti di quattro partiti. Ora, senza la nuova legge costituzionale le elezioni promesse a breve dal premier Jebali non possono aver luogo.
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