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Anche negli stati di minima coscienza c’è il dolore. E va curato

Vivono avvolti nel silenzio i pazienti a cui e’ stato diagnosticato uno stato di minima coscienza o uno stato vegetativo. Non possono comunicare ma non per questo, avvertono gli esperti, non provano dolore o anche sensazioni gradevoli suscitate dalla presenza di una persona cara o dalle attenzioni che vengono loro riservate dagli operatori. ”Il problema e’ che questi segnali sono stati sottovalutati per anni. In particolare nel caso del dolore”, avverte la neurologa Anna Mazzucchi, che coordina i Centri per la riabilitazione delle Gca (gravi cerebro lesioni acquisite) della Fondazione don Gnocchi. Sul tema gli esperti del settore si sono confrontati a Firenze, in un convegno (promosso dalla Fondazione don Gnocchi) che ha ospitato anche neurologi del Coma Science Group dell’universita’ di Liegi in Belgio, promotori di studi che hanno contribuito a esplorare piu’ a fondo con le nuove tecniche di neuroimaging piu’ a fondo i disturbi della coscienza. ”Abbiamo scoperto che esistono diversi livelli di coscienza, con diversi livelli di risposta”. In altre parole, non e’ solo buio assoluto, tutt’altro. ”Ecco perche’ occorre monitorare gli impercettibili segnali che queste persone inviano. Soprattutto sul fronte del dolore, un tema che angoscia molto i familiari. Il dolore va curato, con farmaci adeguati”. Secondo Caroline Schnakers, ricercatrice del Coma Science Group di Liegi, ”e’ possibile identificare segnali comportamentali collegabili al dolore e valutarli attraverso scale”. Si parla di risposte motorie, visive, uditive e dell’espressione del volto. ”Questo tema e’ affrontato tramite indagini di neuroimaging con cui si e’ evidenziata una diversita’ di risposta a uno stimolo doloroso. Le persone in stato di minima coscienza attivano le stesse aree corticali delle persone sane allo stimolo ‘nocicettivo’ mentre per le persone in stato vegetativo l’assenza di attivazione cerebrale alla stimolazione non necessariamente deve far concludere che non esista risposta”, sottolinea nel suo intervento Guya Devalle dell’Istituto Palazzolo – Fondazione Don Gnocchi di Milano. ”Un tempo ci convincevamo che questi pazienti fossero assenti e basta, non pensavamo ci fossero questi piccoli segnali. Oggi non e’ piu’ cosi”’, osserva Mazzucchi. ”Bisogna mettere maggiore attenzione alla gestione di questi pazienti con manovre che non facciano insorgere dolore, evitare che insorga dolore cronico che diventa tale se non gestito in tempo”. Secondo la neurologa occorre capire chi si ha di fronte. ”E’ una vita ridotta a pochissimi aspetti comunicativi che vanno interpretati”. ”Stiamo portando avanti – prosegue la neurologa – approfonimenti con la Tms, un’apparecchiatura neurofisiologica che stimola bioelettricamente i pazienti e permette di valutare se aumenta l’attivita’ neuronale. Si tratta di tecniche un tempo non disponibili, primi dati sono datati 2012”. – La Fondazione sta per lanciare una campagna di raccolta fondi, con sms solidali, per l’acquisto di questo macchinario, costosissimo, che sara’ collocato nel reparto milanese dedicato a questi pazienti. Quello che sta emergendo, sottolinea, e’ che i segnali ci sono e vanno interpretati. Per esempio ”il paziente che accenna a smorfie di sofferenza, o pianto, che si agita e fa dei movimenti che sono correlati sul piano temporale alla manovra che abbiamo fatto”. Talvolta i pazienti piu’ alti nello stato di minima coscienza ”con dei vocalizzi dimostrano di aver avvertito la presenza di un familiare”. Per quanto riguarda la gestione del dolore, prosegue Mazzucchi, ”Abbiamo una persona che non ha piu’ le capacita’ cognitive di prima, ma con tecniche di alto livello ci si e’ aperta una piccola finestra su questo mondo. Ora dobbiamo applicare le scale di valutazione disponibili per quanto riguarda il dolore ma anche il livello di coscienza per valutare le loro risposte in modo sistematico, non una tantum, perfezionando cosi’ le nostra capacita’ gestionali”. Questo perche’, assicura, ”questi pazienti tendono a evolvere. Noi abbiamo l’impressione che i veri stati vegetativi nei nostri reparti sono pochi. Vediamo evoluzioni verso stati minimi di coscienza nella maggioranza dei casi”, conclude Mazzucchi.

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