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Meno male che c’è D’Alema, una proposta per uscire dallo stallo

Massimo D'Alema

Presidenza delle Camere, Palazzo Madama e Montecitorio, a Partito della libertà e Movimento 5 Stelle, con un governo presieduto da Pierluigi Bersani che si confronti “in Parlamento alla luce del sole” per fare le riforme necessarie al Paese in una “legislatura costituente”. E’ la proposta che Massimo D’Alema ha avanzato oggi dalle pagine del Corriere della Sera. Una proposta che è un no ad ogni ipotesi di “governissimo” a base Pd-Pd, una netta sconfessione, o quantomeno un radicale cambiamento di rotta, rispetto alla linea seguita fin qui da Bersani (che aveva pensato ad un’alleanza con Grillo in chiave anti Berlusconi). E una proposta, al contrario di tante altre, che è praticabile. Prima dell’intervista di D’Alema, Berlusconi aveva infatti aperto ad un governo di larghe intesse per fare le cose che finora non sono state fatte, e questo non dando vita a un “governo breve” ma ad un esecutivo “di una legislatura”. Amore di patria, indubbiamente, da parte di entrambi. Ma anche la certezza che per fare quel che bisogna fare, dalla legge elettorale a programmi di rilancio dell’economia, non bastano pochi mesi ma occorrono degli anni. Come servono probabilmente anni per far “riassorbire” il movimento della protesta di cui Grillo ha preso la testa.

Sui giornali di ieri, qualcuno aveva additato D’Alema fra i fautori di un governo di unità nazionale. “Il primo problema – parole dell’ex premier al Corriere – è il funzionamento delle istituzioni e ritengo che le forze politiche maggiori debbano essere tutte coinvolte. E che quindi al centrodestra e al Movimento 5 Stelle vadano le presidenze delle due assemblee parlamentari”, spiega l’ex premier. Il modello siciliano – in cui si cerca di volta in volta la convergenza su ogni singolo provvedimento – adombrato da Grillo, secondo D’Alema, “può essere una buona idea”, ma si scontrerebbe da subito con il problema della fiducia. “Quindi, il confronto caso per caso finirebbe prima di cominciare”. “Ciascuno deve quindi assumersi le proprie responsabilità, senza ammucchiate e senza pasticci. Quel che ne potrebbe nascere, dice ancora D’Alema, è “una legislatura costituente”, che dimezzi il numero dei parlamentari, riduca quello degli eletti, riformi radicalmente la struttura amministrativa del Paese, metta mano ai costi della politica, combatta la corruzione e vari una legge sul conflitto di interessi. Quanto alla riforma della legge elettorale, D’Alema torna a proporre il doppio turno alla francese. In una situazione frammentata come quella italiana sarebbe “l’unica soluzione”.

Nel nuovo “triangolo” uscito dalle urne – Pd, M5S, Pdl – la proposta di D’Alema non trova ovviamente tutti d’accordo, c’è chi ne diffida. Del resto che cosa potrebbe dire Bersani, che dopo essere stato per anni l’uomo che esprimeva, pur senza dirlo, la linea di D’Alema, viene ora apertamente scavalcato dal “baby pensionato” del Pd, che in nome del riallineamento generale imposto dai risultati elettorali sembra puntare in prospettiva sulla sola alternativa al segretario, cioè su Matteo Renzi? E come non diffidare, se si è di sinistra, di quel D’Alema che negli anni novanta era giunto a poche spanne dall’accordo con Berlusconi (do you remember la Bicamerale) per la riforma delle istituzioni, che la sinistra più estrema ha definito e definisce ancora come il più grave errore di D’Alema, un “inciucio”? Del resto, anche la definizione può fare orrore a più d’uno, D’Alema è sempre stato il più marxista del Pci, e poi dei postcomunisti Pds e Pd, ma anche il più democristiano, nel senso di una cultura politica che ha sempre quando possibile evitato lo scontro a beneficio della ricerca di intese. Anche quando, a prima vista parevano impossibili. Il capolavoro furono le convergenze parallele e il governo della non sfiducia (per i più giovani: un governo democristiano sostenuto dall’astensione di tutti gli altri partiti), un bizantinismo che permise all’ Italia su superare momenti difficilissimo (seguiti, purtroppo, dalla stagione del terrorismo delle BR).

Appare impossibile, oggi, dire se dal 15 marzo, quando aprirà il nuovo Parlamento, la proposta di D’Alema sarà uno dei temi del dibattito politico. La velocità con cui proposte e controproposte vengono formulate, e magari scompaiono, è una realtà nuova, che i partiti non riescono in qualche caso a controllare. Molto dipenderà dagli interlocutori dell’ex presidente del consiglio. Berlusconi dovrebbe in linea di principio essere favorevole, quanto dice D’Alema è un – coraggioso – passo avanti nella direzione già indicata dal Cavaliere. La parola definitiva sarà quella dei Beppe Grillo, che ancora stamani ha parlato di “mai accordo” con il Pd. Posizione che nel M5S non tutti condividono. E del resto, Grillo capisce sicuramente fin dove può tirare la corda e dov’è il punto di rottura, quello che da eroe della protesta potrebbe trasformarlo, altrettanto rapidamente, nel responsabile di tutto quanto di negativo accade. Un esempio d’attualità lo ha sotto gli occhi: è quello di Mario Monti, ieri salvatore della patria, oggi uscito di scena.
Carlo Rebecchi

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