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‘Ndrangheta, a Milano 110 condanne nel maxi processo di appello

La ‘storica’ sentenza che ha riconosciuto la presenza in Lombardia della ‘ndrangheta e delle sue infiltrazioni nel tessuto sociale, politico ed economico del Nord Italia e’ stata confermata anche in secondo grado. La prima sezione della corte d’appello di Milano ha infatti di nuovo inflitto 110 condanne nel maxi processo alla ‘cupola’ e ai suoi affiliati. Cosche smantellate con la maxi operazione coordinata dalla Dda milanese che nel luglio del 2010, al termine delle inchieste ‘Infinito’ e ‘Tenacia’, aveva portato in carcere oltre 170 persone. Questa sera, dopo un processo durato circa cinque mesi e nove ore di camere di consiglio, i giudici, presieduti da Rosa Polizzi, hanno condannato gli imputati, pur con lievi riduzioni per una quarantina di loro, fino a pene che arrivano a oltre 15 anni di carcere. Al termine della lettura del dispositivo, dalle gabbie dell’aula bunker in via Ucelli di Nemi, i presunti boss hanno applaudito in segno di scherno e quasi di sfida. E cosi’ Alessandro Manno, capo della ‘locale’ di Pioltello, si e’ visto infliggere 15 anni e 3 mesi di carcere, mentre Pasquale Zappia, colui che nell’ottobre 2009 fu eletto ‘capo dei capi’ nel famoso summit di Paderno Dugnano nel centro intitolato alla memoria di Falcone e Borsellino, e’ stato condannato a 9 anni. A Vincenzo Mandalari, capo della ‘locale’ di Bollate, sono stati inflitti 12 anni e 8 mesi, a Cosimo Barranca, capo della cosca di Milano, 12 anni e a Salvatore Strangio, il presunto boss che controllava il gruppo Perego, 12 anni di carcere. Pasquale Varca, a capo della locale di Erba (Como), ha riportato una condanna a 15 anni, mentre l’unico politico rimasto in questo ‘troncone’ del processo, Giovanni Valdes, ex sindaco di Borgarello (Pavia), si e’ visto confermare la pena (sospesa) a un anno e 4 mesi per turbativa d’asta. I risarcimenti alle parti civili, come la Regione Lombardia e i diversi Comuni dell’hinterland milanese che sono stati ‘inquinati’ dalle ‘ndrine, verranno stabiliti in sede civile. Malgrado la limatura delle condanne per i giudici d’appello l’impianto accusatorio del procuratore aggiunto Ilda Boccassini in primo grado, e dei sostituti pg Laura Barbaini e Felice Isnardi in secondo grado, ha retto in pieno. Cosi’ come ha retto la sentenza del gup Roberto Arnaldi di un anno e mezzo fa. Allora, pero’, la pena piu’ alta fu di 16 anni di reclusione per Alessandro Manno, a capo di una delle 15 cellule ‘ndranghetiste individuate dagli inquirenti tra il capoluogo lombardo e i comuni limitrofi. Cosimo Barranca e Vincenzo Mandalri avevano preso, invece, 14 anni di carcere e Pasquale Zappia 12 anni di reclusione. Per sapere le ragioni per cui la Corte ha deciso di confermare le condanne bisognera’ attendere 90 giorni. I giudici dovranno anche ‘sanare’ la parte delle motivazioni scritte dal gup Arnaldi e annullate dalla Cassazione per via di un loro deposito in due tempi. Secondo uno dei difensori, l’avvocato Fabio Schembri, ”si arrivava quindi da una sentenza nulla. C’e’ stata poca attenzione su questo punto, cosi’ come statisticamente e’ da segnalare che non ci sia stata nemmeno un’assoluzione”. Mentre in altri procedimenti per mafia a Torino o a Genova, ha concluso il legale, ”le accuse spesso non hanno retto”.

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