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Giovannini manda in pensione la legge Fornero, sgravi fiscali e staffetta generazionale

Si parla di Imu anche se l’emergenza è un’altra: il lavoro. Rivedere la riforma Fornero, introdurre la staffetta generazionale anche nel settore pubblico, rendere i contratti a termine più flessibili, agevolare con gravi fiscali le aziende che assumono giovani. Sono gli ingredienti della ricetta del ministro Enrico Giovannini. L’obiettivo è tagliare la disoccupazione giovanile dell’8% e garantire 100 mila nuovi posti di lavoro tra gli under 24.

Si partirà con un provvedimento urgente, che modificherà alcuni punti della riforma Fornero ad appena un anno dal suo varo. Giovannini parla di interventi “limitati e puntuali”. Di fatto è un cambio di direzione forte rispetto. La correzione di maggiore rilievo riguarda i contratti a termine. Saranno ridotti gli intervalli obbligatori tra un contratto a termine e l’altro che la Fornero aveva portato a 60 giorni per quelli fino a sei mesi, e 90 giorni per quelli più lunghi. Il proveddimento avrebbe dovuto disincentivare i “falsi” contratti a termine. Non è servito. Difficile che si torni al mini-intervallo che vigeva in precedenza. più probabileche si arrivi a una soluzione intermedia: tra 20 e 30 giorni. Potrebbe essere allungata la durata del contratto a termine per il quale l’azienda non è tenuta a indicare una causale e che oggi non può superare l’anno. E c’è la possibilità di sospendere il contributo aggiuntivo che l’azienda deve pagare su tutti i contratti flessibili, lasciando però intatti gli sgravi previsti in caso di assunzione a tempo indeterminato. In altre parole, vengono smantellate tutte le novità introdotte dalla riforma Fornero per disincentivare i contrattia a termine. Hanno prodotto solo una maggiore rigidità senza una più solida protezione dei meno tutelati.

La riforma Fornero non può essere modificata toccando solo i meccanismi d’entrata. Occorre anche mettere mano alle pensioni. Giovannini punta dritto alla staffetta generazionale, il meccanismo che agevola l’uscita dal lavoro degli anziani in cambio dell’ingresso dei giovani. Magari con un modello part-time: un dipendente vicino alla pensione accetta di lavorare meno ore, con uno stipendio più basso, fino alla fine della carriera. In cambio la sua azienda assume un giovane con un contratto a tempo indeterminato oppure due giovani con un contratto a termine. Un intervento del genere costerebbe circa un miliardo ma garantirebbe 100 mila assunzioni. Lo Stato dovrebbe però farsi carico di parte dei contributi, perché altrimenti il pre-pensionato si ritroverebbe con una pensione troppo magra. Il ministro del Lavoro non esclude che si possa estendere anche al settore pubblico. In questo caso il costo per le casse pubbliche sarebbe nullo: lo scarto tra assegno previdenziale e ultima busta paga di tre dipendenti pubblici è tale da permettere l’assunzione di un giovane.

L’altra ipotesi, non in contrasto con la prima: consentire un’uscita anticipata dal mondo del lavoro con delle penalizzazioni. Il lavoratore potrà scegliere se attendere la naturale età di pensionamento o, in presenza di un adeguato numero di anni di contribuzione, accettare di uscire dal mondo del lavoro con pensione ridotta. Anche nel caso di queste pensioni flessibili, si tratta di un sterzata nei confronti della riforma Fornero, che aveva di fatto eliminato le pensioni di anzianità.

Poi c’è la proposta del Pdl: zero tasse sui nuovi assunti e sgravi per i contratti a tempo indeterminato. E’ la riforma più promettente ma anche la più complicata da realizzare, soprattutto a livello contabile. La rivoluzione potrebbe arrivare con i centri per l’impiego. All’Italia potrebbero arrivare 4 dei 6 miliardi garantiti dalla Youth Guarantee progetto europeo con l’obiettivo di garantire a ogni giovane, entro quattro mesi dal termine degli studi, un lavoro o un programma di formazione.

Il nodo più intricato sta sempre nelle coperture. Se alcuni provvedimenti, come la staffetta nel settore pubblico, hanno un impatto potenzialmente nullo, altri interventi, come gli sgravi alle imprese, sono ben più onerosi. Gli interventi sul lavoro potrebbero mettere sul piatto 10-12 miliardi. Con cautela, perché c’è sempre il limite del 3% del deficit da rispettare. E potrebbe non essere sufficiente: lo stesso Giovannini ha affermato che “È irrealistico pensare che interventi di natura normativa, fiscale e contributiva possano da soli riassorbire la disoccupazione”.

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