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SCHEDA/ Terrorismo, il Senegal è la prossima tessera del domino della Jihad?

L’immagine di un Senegal gentile e aperto, alimentata anche dalla figura del suo storico presidente Leopold Sedar Senghor, fine statista e delicato poeta, potrebbe sfiorire repentinamente sotto la spinta dell’integralismo islamico, che preme alle frontiere del Paese. Questa contaminazione porta il nome di jihad e i suoi primi segnali sono evidenti nel Mali, Paese confinante, lacerato al Nord da una guerra in cui anche i senegalesi stanno facendo la loro parte: schierandosi in gran numero con i miliziani islamici, pur se, di fronte, hanno altri senegalesi che indossano una divisa e fanno parte del contingente franco-africano dell’operazione Serval. Una contraddizione evidente e che, pero’, non e’ piu’ solo il segnale di un malessere sociale, perche’ conferma il timore che l’espansione dei movimenti islamici radicali sia costante, pur in una fascia di Continente dove, di contro, le conversioni dall’Islam al Cristianesimo sono in crescita esponenziale. D’altra parte il Senegal, per la sua struttura sociale e religiosa, e’ il Paese ideale per esportare se non il jihadismo, almeno le correnti musulmane piu’ radicali, come quella wahabita, la cui penetrazione e’ affidata a predicatori locali, ma che hanno appreso direttamente, dai ”sapienti” delle monarchie del Golfo, il verbo dell’Islam ortodosso ed intransigente. In una terra in cui il 92 per cento della popolazione e’ musulmana praticante e le altre religioni sono legate a una minoranza ancora sparuta (i cristiani toccano il 2 per cento, il resto sono animisti), le scuole coraniche svolgono un ruolo importantissimo nella formazione dei giovani. Come quelli che, usciti dalle madrasse di Dakar, sono andati in Mali a combattere. Il governo di Abdou Mbaye, almeno per quel che si puo’ interpretare dall’esterno, non sembra ancora molto preoccupato da una possibile deriva integralista, ma questo atteggiamento e’ sicuramente frutto anche di calcoli di politica internazionale, laddove il Senegal ha un ruolo specifico e riconosciuto. Non foss’altro perche’, rarita’ nel Continente, nella sua storia non ha mai dovuto registrare, dal 1960 anno dell’Indipendenza, un colpo di Stato. Un suo passaggio ”politico” sotto la sfera dell’Islam militante sarebbe in ogni modo un successo mediatico di enorme importanza. Ma le strategie dell’Islam piu’ duro possono anche non tenere conto di questa situazione. Il radicalismo religioso in Senegal continua quindi a fare proseliti, alimentato anche da una crisi sociale che, sebbene in misura minore rispetto agli altri Paesi della regione, ma certo alimentata dalla rapace politica dell’ex presidente Abdoulaye Wade, sta indebolendo l’immagine dello Stato. A tutto vantaggio di chi, con l’Islam e la sharia, preconizza una Eta’ dell’oro che realisticamente appare ben lontana dal concretizzarsi.

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