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In quarantamila a Milano con l’immortale metal deglio Iron Maiden

Metti un popolo fedele come quello dei metallari, un gruppo che ha fatto la storia dell’heavy metal, uno show-amarcord che rispolvera gli anni d’oro di un lungo e glorioso passato e un’estate praticamente priva di grandi festival rock: il risultato sono i 40 mila spettatori che fanno praticamente sold-out sulla desolata e (fortunatamente non troppo assolata) distesa d’asfalto della Fiera Milano Live di Rho per assistere al Sonisphere Festival e alla sua portata piu’ succulenta: due ore di concerto degli Iron Maiden, una vera pietra miliare del rock duro. Nonostante non siano piu’ dei ragazzini (ormai vanno tutti per i sessanta), il sestetto capitanato dal cantante Bruce Dickinson, jeans e tight neri per l’inizio della serata, e dal bassista Steve Harris, fondatore e da oltre trent’anni anima del gruppo, maschera la carta d’identita’ con disinvoltura, sfoderando grinta e sudore almeno pari a quelli dei fan accalcati nelle prime file per tutto il pomeriggio, durante il quale sono stati investiti dalla valanga di decibel emessi dalle altre sei band del Sonisphere, tra cui i pesanti Mastodon e i Megadeth, vecchia glorie del trash. Accompagnati da una scenografia pirotecnica e dalle frequenti apparizioni in versione sempre piu’ tecnologica di Eddie, la orrorifica mascotte che li accompagna fin dagli esordi, i Maiden offrono in pasto ai fan i capolavori che hanno segnato i i primi quindici anni della loro carriera. Se qualche sacrificio e’ inevitabile (per accontentare i fan bisognerebbe suonare fino a notte fonda) ma opinabile (dimenticato Killers, il loro folgorante secondo album) per il resto la scaletta ripercorre tutti i loro ascendenti anni ’80, quelli che li hanno incoronati re della New wave of british heavy metal prima e del ‘metallo’ mondiale dopo. Dalla demionaca The number of the beast (accompagnata da molteplici scariche di fuochi “infernali”) a The trooper (con il mattatore Dickinson che sventola la bandiera della Union Jack), da Run to the hills a Wasted years, i Maiden propongono quel loro inimitabile mix di cavalcate aggressive, slanci epici, cambi di tempo, linee melodiche rese inconfondibili dalla voce ancora potente, a dispetto di qualche ruga, di Dickinson. L’ospite d’onore, suonato quasi per intero, e’ Seventh son of a seventh son, l’album che il Maiden England World Tour intende celebrare nel 25/o anniversario della sua pubblicazione. Mentre Harris e i tre chitarristi Dave Murray, Janick Gers e soprattutto Adrian Smith percorrono miglia sul palco come il maratoneta di ‘The long distance runner’, i 35 mila della Fiera, cinquantenni nostalgici e ventenni che non erano ancora nati quando gia’ l’effigie dei Maiden popolava le magliette dei metallari di mezzo mondo, cantano a memoria con Dickinson praticamente l’intera scaletta. Apoteosi, con l’immancabile Eddie, scenografia di tutto lo show, per Iron Maiden, ruvido e tagliente capolavoro del primo album. Poi i bis e tutti a casa con Running free, inno alla liberta’ e alla ribellione giovanile che continua a ronzare nelle orecchie

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