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SCHEDA/Afghanistan, baky kamikaze, asini-bomba. I mille volti del nemico

Baby kamikaze, ambulanze imbottite di esplosivo, bombe nascoste sul dorso di un asino o in un insospettabile turbante: il campionario dell’orrore jihadista e’ vario, imprevedibile e contribuisce a trasformare l’Afghanistan in un labirinto di mortali insidie per i migliaia di soldati Nato impiegati. Che, da qualche tempo, non possono neppure contare ciecamente sui loro alleati afghani: sono sempre piu’ frequenti, infatti, gli attacchi ‘green on blue’, perpetrati da membri delle forze di sicurezza afghane e che oggi, nello stesso giorno in cui il capitano Giuseppe La Rosa e’ rimasto ucciso nella zona di Farah, hanno colpito fatalmente due soldati americani e un civile nella provincia di Paktika. I due attentati compiuti prima nel Sud-Ovest e poi nei pressi del confine pachistano sono in qualche modo emblematici del moltiplicarsi dei pericoli attorno alla Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf).

Nell’attacco al capitano del Terzo bersaglieri La Rosa, ucciso da una bomba a mano lanciata nel Lince dove si trovava, l’autore sarebbe un ragazzino di soli 11 anni, come hanno spiegato gli stessi talebani rivendicando il gesto ”dell’eroico, coraggioso” afghano. Mentre ad uccidere i tre membri dell’Isaf sarebbe stato un uomo che indossava la divisa dell’esercito afghano e che avrebbe improvvisamente puntato la pistola contro i tre statunitensi, nel piu’ classico degli attacchi ‘green on blue’, cosi’ denominati secondo il codice di colore assegnato dall’Isaf alle unita’ alleate (verde), amiche (blu) e nemiche (rosso). Nel solo 2012, gli attacchi da ‘fuoco amico’ hanno ucciso oltre 50 militari Nato.

Diverse le motivazioni ipotizzate alla loro origine: dall’infiltrazione di elementi talebani alla violenta reazione a comportamenti oltraggiosi dei militari occidentali (come il rogo del Corano nella base di Bagram) fino alla vendetta perpetrata da chi ha perso un familiare sotto i bombardamenti Nato. Imprevedibili e letali, gli ‘insider attack’ sono l’ultima grande minaccia lanciata sulla exit strategy della Nato, che si concludera’ il 31 dicembre del 2014. Ma l’ombra di un attentatore, ormai, si cela un po’ dappertutto: in un semplice turbante dove, ad esempio, era nascosto l’ordigno che nel 2011 uccise l’ex presidente afghano Burhanuddin Rabbani o su un asino-bomba, utilizzato lo scorso aprile nella provincia di Laghman. E a cio’ va aggiunta la schiera di baby kamikaze impietosamente arruolati dai terroristi e utilizzata sempre piu’ spesso con effetti devastanti, come e’ accaduto lo scorso settembre nell’attacco alla base Nato di Camp Eggers, a Kabul.

Tutti segnali di allarme che incombono sull’Afghanistan proprio mentre prosegue il graduale ritiro della Nato. Oggi il 90% del Paese e’ sotto il comando delle forze afghane e i soldati Isaf/Nato sono 99.590 contro i 134mila del 2011 mentre per le prossime settimane si attende che le operazioni di combattimento siano al 100% afghane con la Nato impegnata a dare solo ”consulenza e supporto”. Ma intanto, i dubbi sulla tenuta del Paese, costantemente segnato da stragi e costretto comunque a fare i conti con la componente talebana della popolazione, crescono. Mentre, all’orizzonte, si avvicinano le cruciali elezioni presidenziali dell’aprile 2014.

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