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Baby lavoratori, in Italia un ragazzino su venti

Sono più di 1 su 20 in Italia i minori di 16 anni (5,2% del totale nella fascia 7-15 anni) che lavorano. Tra i 260.000 pre-adolescenti “costretti” a lavorare, sono 30.000 i 14-15enni a rischio di sfruttamento che fanno un lavoro pericoloso per la loro salute, sicurezza o integrità morale. Sono i primi risultati di un’ampia indagine sul lavoro minorile realizzata dall’Associazione Bruno Trentin e da Save the Children, presentata oggi a Roma alla vigilia della Giornata mondiale contro il lavoro minorile.

Si inizia anche molto presto, prima degli 11 anni (0,3%), ma è col crescere dell’età che aumenta l’incidenza del fenomeno (3% dei minori 11-13enni), per raggiungere il picco di quasi 2 su 10 (18,4%) tra i 14 e 15 anni, età di passaggio dalla scuola media a quella superiore, nella quale si materializza in Italia uno dei tassi di abbandono scolastico più elevati d’Europa (18,2% contro una media Ue a 27 del 15%). Il lavoro minorile non fa differenze di genere (il 46% dei 14-15enni che lavorano sono femmine). Le esperienze di lavoro dei minori tra i 14 e 15 anni sono in buona parte occasionali (40%), ma 1 su 4 lavora per periodi fino ad un anno e c’è chi supera le 5 ore di lavoro quotidiano (24%). La cerchia familiare è l’ambito nel quale si svolge la maggior parte delle attività: per il 41% dei minori si tratta infatti di un lavoro nelle mini o micro imprese di famiglia, 1 su 3 si dedica ai lavori domestici per più ore al giorno, anche in conflitto con l’orario scolastico, più di 1 su 10 lavora presso attività condotte da parenti o amici; ma esiste anche un 14% di minori che presta la propria opera a persone estranee all’ambito familiare. Tra i principali lavori svolti dai minori fuori dalle mura domestiche prevalgono quelli nel settore della ristorazione (18,7%) come il barista o il cameriere, l’aiuto in cucina, in pasticceria o nei panifici, seguito dalla vendita stanziale o ambulante (14,7%) e dal lavoro agricolo o di allevamento e maneggio degli animali (13,6%), ma non manca il lavoro in cantiere (1,5%), spesso gravoso e pieno di rischi, o quello di babysitter (4%). Meno della metà dei minori che lavorano tra i 14 e 15 anni dichiara di ricevere un compenso (45%) e di questi solo 1 su 4 lavora all’esterno della cerchia familiare. Infine, è stata ricostruita una mappatura delle aree a maggior rischio di lavoro minorile in Italia: il rischio più elevato è concentrato nel Sud ma non sono escluse zone del Centro-nord. In ogni caso, dalla ricerca partecipata qualitativa svolta dalle sue organizzazioni insieme a quella quantitativa e che ha coinvolto 163 minori a Napoli e Palermo, emerge lo scarso valore delle attività svolte da ragazze e ragazzi anche giovanissimi, che di fatto non insegnano nulla e non possono quindi essere messe a capitale per una futura professione. Dalle voci dei ragazzi raccolte emerge il forte legame tra lavoro minorile, disaffezione scolastica e reti familiari e sociali, che si trasforma in una vera trappola quando l’opportunità di soldi facili arriva a coinvolgere i minori in attività criminali. Tra le richieste più urgenti dei promotori, quella di un Piano nazionale sul lavoro minorile che preveda da un lato la creazione di un sistema di monitoraggio regolare del fenomeno e dall’altro le azioni da svolgere per intervenire efficacemente sulla prevenzione e sul contrasto del lavoro illegale, e in particolare delle peggiori forme di lavoro minorile.

Centocinquanta di bambini tra i 5 e i 14 anni, nel mondo, sono impiegati nel lavoro minorile. Lo stima l’Unicef in occasione della Giornata contro il lavoro minorile che si celebra domani 12 Giugno. Dei 115 milioni di bambini di età compresa tra i 5 e i 17 anni impiegati nelle forme peggiori di lavoro minorile, come quelle che prevedono carichi pesanti, contatto con sostanze chimiche e un orario di lavoro prolungato, il 60% risulta impiegato nell’agricoltura; il 7% nell’industria e il 26% nei servizi. Nell’Africa subsahariana più di un terzo dei bambini lavora. “Il lavoro minorile è sia causa che conseguenza della povertà e del disagio sociale”, ha detto Giacomo Guerrera, Presidente dell’Unicef Italia. “Nei paesi in via di sviluppo – ha aggiunto – molti bambini sono costretti a lavorare perché sono orfani o separati dalle famiglie, o perché devono sostenere il reddito familiare. La crisi finanziaria globale ha ulteriormente spinto i minori ad avviarsi precocemente al lavoro, specie verso le forme di lavoro più pericolose. E per le bambine la situazione è ancora più pesante, perché oltre a lavorare, esse devono occuparsi dei lavori domestici e della cura dei fratellini più piccoli, rinunciando alla scuola. Se è vero che la povertà è il seme del problema, bisogna intervenire per spezzare il circolo vizioso povertà-lavoro minorile-ignoranza-povertà”. Contro il lavoro minorile, l’Unicef concentra il suo impegno sull’istruzione, giudicata l’arma migliore per allontanare lo spettro di un’ignoranza che è in primo luogo non conoscenza dei propri diritti e delle proprie potenzialità, e sulla diffusione della cultura della Responsabilità Sociale d’Impresa. Per l’Unicef, “la Responsabilità Sociale d’Impresa consiste nel tutelare i diritti dei bambini stringendo collaborazioni efficaci tanto con i Governi quanto con le imprese al fine di promuovere da un lato la responsabilità degli Stati nel garantire, dall’altro quella delle aziende nel rispettare e sostenere i diritti dei bambini nei luoghi di lavoro, nel mercato e nella comunità. Al fine di supportare imprese e governi nella tutela dei diritti dei bambini, l’Unicef sta sviluppando delle linee guida in materia”.

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