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Natuzzi cancella Ginosa e Matera. Più di 1700 in mobilità, scatta lo sciopero

Natuzzi cancella Ginosa e Matera.Più di 1700 in mobilità, scatta lo sciopero. Il piano industriale dell’azienda illustrato ai sinadacati durante la riunione a Roma. E’ un piano duro quello illustrato ai sindacati nel corso della riunione nella Capitale. A presentarlo però non c’era il patron dei salotti, Pasquale Natuzzi, ma i dirigenti dell’azienda. Il piano licenziato dal consiglio di amministrazione del gruppo prevede la chiusura dello stabilimento di Ginosa in cui lavorano circa 400 operai che è praticamente il doppione di quello di Santeramo: a Ginosa si fa cucitura e assemblaggio dei divani. “E’ scorretto, se dicono che questo è il primo incontro e vogliono trovare insieme soluzioni, far partire già le procedure di mobilità – attacca il segretario della Fillea Cgil Puglia Silvano Penna – non si avviano così le procedure di mobilità, non si gioca con il coltello alla gola. Poi nel piano non c’è in nessun modo uno straccio di progettualità sull’accordo di programma da 101 milioni di euro firmato a febbraio per il rilancio del distretto”.
Il governatore pugliese Nichi Vendola ha rassicurato sul fatto che “la task force regionale per l’occupazione, e la giunta regionale nel suo complesso, saranno sempre al fianco degli operai per percorrere insieme tutte le strade possibili e necessarie per l’individuazione di soluzioni positive”. Il presidente della Regione chiede un tavolo al governo. “Ho chiesto al ministro per lo sviluppo economico Flavio Zanonato – ha fatto sapere Vendola – l’immediata convocazione, presso il ministero, di un tavolo nazionale dedicato alla ricerca di possibili soluzioni per la vertenza Natuzzi che, in queste ore, sta prendendo una piega assolutamente inaccettabile e pericolosa”. Il piano industriale “è un piano di lacrime e sangue, che va oltre ogni ragionevole condivisione. La chiusura di ben due stabilimenti e la messa in mobilità di oltre 1700 dipendenti non può che destare preoccupazione e allarme. E’ però indispensabile, a questo punto, che intervenga il governo nazionale e che intervenga con serie e credibili proposte di politica industriale che, fino a questo momento, hanno più brillato per assenza che non per efficienza e concretezza”.
“Gli attuali organici in Italia non sono più sostenibili e tecnicamente non possono più essere gestiti attraverso la cassa integrazione straordinaria, che ha già coinvolto circa 1.450 collaboratori nel 2012, dei quali 674 a zero ore”. E’ questa la posizione dell’azienda, illustrata con la presentazione del piano industriale. “La risposta a questo scenario è la riorganizzazione dell’assetto italiano del Gruppo, che coinvolgerà complessivamente 1.726 dipendenti (1.580 negli stabilimenti produttivi, 146 negli uffici centrali) per i quali la società si vede costretta ad avviare le procedure di mobilità in vista della scadenza della cassa integrazione straordinaria prevista per ottobre 2013. Attraverso questa riorganizzazione la società intende salvaguardare la posizione di 2.789 lavoratori, di cui 1.449 interni e 1.340 nell’indotto.””E’ un piano di salvaguardia del Polo Italia – spiegano dal gruppo Natuzzi – volto a riportare la società in condizioni di redditività e a creare i presupposti per un solido percorso di crescita futura, salvaguardando, quanto più possibile, l’occupazione nel territorio pugliese e lucano. Il Piano presentato alle parti sociali è il risultato di un’approfondita analisi condotta sui cambiamenti strutturali in atto nel settore dell’arredo, e conferma il ruolo strategico per Natuzzi spa delle produzioni “made in Italy” di qualità e delle competenze professionali presenti nel territorio. Il “Distretto del mobile imbottito in Puglia e Basilicata – va avanti l’azienda in una nota – ha visto calare le aziende del settore da 520 dei primi anni del 2000 a 100 nel 2012, mentre gli addetti sono scesi da 14.000 a soli 6.000, di cui circa 4.500 rivenienti dalle attività del Gruppo Natuzzi (3.175 dipendenti di Natuzzi spa e 1.340 dell’indotto). In questi anni il settore è stato fortemente impattato dagli effetti della globalizzazione, dal forte apprezzamento dell’euro verso le principali valute, dalla crescente pressione sui prezzi esercitata dei paesi emergenti con produzioni a basso costo di manodopera e dal dilagare del fenomeno della concorrenza sleale e del ricorso al lavoro nero”.

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