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Morsi rifiuta l’ultimatum, sette morti negli scontri tra opposte fazioni

Dal movimento islamico del presidente l’appello al “martirio” per fermare il tentativo di “colpo di Stato dell’esercito”. Respinto l’ultimatum dei militari per un accordo con l’opposizione entro 48 ore. Ciò che resta dell’esecutivo si dimette “per allentare la crisi”. Fonti militari: senza accordo, l’esercito scioglierà il Parlamento e sospenderà la Costituzione. Mentre il tempo corre verso la scadenza delle 48 ore imposte dall’esercito al presidente Morsi per trovare un accordo con l’opposizione, ultimatum respinto dalla presidenza, da fonti militari trapelano dettagli sulla bozza di roadmap tracciata dall’esercito per la transizione che seguirebbe la deposizione di Morsi. In particolare, sarebbe previsto lo scioglimento del Parlamento e la sospensione della Costituzione. Il progetto prevede anche modifiche alla Carta entro pochi mesi, seguite da elezioni presidenziali anticipate. Fino a quando la legge fondamentale non sarà cambiata la gestione del potere sarà affidata a un Consiglio ad interim. Ultimatum che però il presidente Morsi ha rifiutato rbadendo la propria “legittimità costituzionale”.

La tensione non si allenta neppure nelle strade e nelle piazze di tante città. Oggi, secondo fonti mediche, sette persone sono morte negli scontri tra manifestanti pro e contro il presidente egiziano a Giza, al Cairo.

Mentre la pressione della protesta popolare e dell’esercito si fa schiacciante, per Morsi è una giornata intensa, quasi frenetica. Nelle sue mani il premier egiziano Hisham Qandil ha rimesso il mandato, con l’obiettivo dichiarato di “contribuire ad allentare la crisi in atto”. In una nota, Qandil sottolinea che assieme ai suoi ministri per il momento resterà in carica e questo probabilmente spiega la successiva dichiarazione del ministro della Giustizia, Ahmed Suleiman, che ha smentito le dimissioni del governo.

Assieme al premier Qandil, il presidente egiziano, scrive l’agenzia Mena, ha ricevuto il ministro della Difesa e capo delle forze armate Abdel Fattah el Sissi, che a sua volta ha presieduto la riunione del consiglio militare. Secondo fonti militari, le truppe sarebbero pronte a schierarsi nelle strade del Cairo e delle altre città egiziane per prevenire scontri. Il bilancio della nuova ondata di protesta in Egitto al momento è di 16 morti e 781 feriti.

Il fortino del presidente egiziano continua a scricchiolare. Al di là delle dichiarazioni, lo testimoniano le defezioni in poche ore di sei ministri, tra i quali il titolare degli Esteri, i due portavoce della presidenza, Omar Amer e Ihab Fahmy, che hanno presentato le loro dimissioni facendo richiesta di rientrare proprio al ministero degli Esteri. Dimissionario anche il portavoce del governo, Alaa el Hadidi.

Morsi, sebbene “sfiduciato” da una richiesta di dimissioni sottoscritta da milioni e milioni di egiziani, non ci sta a farsi accerchiare, anche se a guidare l’assedio ora è l’esercito più che la piazza, con l’ulteriore pressione della Casa Bianca. La risposta del presidente all’ultimatum postogli dai militari per un accordo con l’opposizione entro 48 ore è stata secca: “Proseguirò nella mia azione di riconciliazione nazionale. I militari devono farsi da parte e non interferire con la vita civile del Paese. Le loro richieste non possono essere prese in considerazione”.

Morsi, inoltre, ha rilevato nelle parole usate dal capo delle Forze Armate “alcune frasi contenute nell’ultimatum stesso che potrebbero creare confusione”. Per sgombrare il campo ogni illazione, l’Fsn, principale coalizione dell’opposizione egiziana, ha affermato in un comunicato di non sostenere l’idea di un colpo di Stato militare, sottolineando che l’ultimatum lanciato dall’esercito al presidente islamista “per soddisfare le rivendicazioni del popolo” non equivale a dire che l’esercito intenda giocare un ruolo politico nella vicenda, come dichiarato dagli stessi vertici militari.

Ma i Fratelli Musulmani, il movimento del presidente Morsi, continuano a denunciare il tentativo di colpo di Stato dei militari e lanciano un appello al “martirio” per fermarlo. Questo, mentre Piazza Tahrir vede almeno un milione di persone in attesa della scadenza dell’ultimatum, rende la situazione dell’ordine pubblico ad alto rischio.

Dagli Usa arriva la conferma di una telefonata di Barack Obama a Mohamed Morsi, assieme alla richiesta di “passi per dimostrare di essere reattivo alle preoccupazioni del popolo e per sottolineare che la crisi può essere risolta solo attraverso un processo politico”. Ma un dettaglio niente affatto secondario rivelerebbe in realtà quanto Obama consideri Morsi una pagina da voltare: fonti del Pentagono rivelano che il documento dei militari egiziani ha avuto l’avallo di Washington, con il capo di Stato maggiore della Difesa Usa, generale Martin Dempsey, che avrebbe parlato con il suo omologo egiziano, il generale Abdel Fattah al-Sisi, prima che questi ponesse l’ultimatum a Morsi.

Dopo aver accolto con un boato di giubilo la notizia dell’aut-aut dei militari a Morsi, il movimento dell’opposizione ha sollecitato i manifestanti a rimanere in piazza Tahrir fino alle dimissioni del presidente, rivolgendo a Morsi l’ulteriore scadenza: “Tempo fino a domani (oggi, ndr) alle ore 17, per lasciare il potere e consentire alle istituzioni di prepararsi per elezioni presidenziali anticipate. Altrimenti inizieremo una campagna di assoluta disobbedienza civile”.
L’azione dei dimostranti è già iniziata: bloccato l’accesso alle sedi di dodici dei 27 governatorati in Egitto, nell’ambito della campagna di disobbedienza civile. I manifestanti in varie località, fra le quali Alessandria, Luxor, Suez, chiedono governatori “lontani dai giochi politici”, secondo fonti locali.
E torna d’attualità il nome di Mohamed el-Baradei. L’ex capo dell’Aiea (l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), Premio Nobel per la Pace nel 2005, che si era presentato alle prime elezioni presidenziali post-Mubarak e poi si era ritirato, è stato individuato dai vari gruppi della coalizione dell’opposizione egiziana per rappresentarli nei negoziati sul futuro del Paese.

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