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Il disastro di Santiago, la “tecnologia” che trasforma la vittima in carnefice

Da Alessandro Tuscolo riceviamo e pubblichiamo:
“Andavo a 190 all’ora. Spero che non ci siano morti perché me li porterei sulla coscienza. Sono umano, sono umano…”, sono le parole del macchinista del treno deragliato in
spagna e per il quale la conta dei morti, 78, non è ancora finita. Quanti alla fine saranno, quel macchinista li avrà comunque tutti sulla coscienza. Ma non si comprende perché sia stata affidata alla sua capacità, od incapacità, la responsabilità di affrontare quella curva che, come risaputo, mal progettata, obbliga tutti i convogli che vi transitano, compresi quelli ad alta velocità, ad affrontarla ad una velocità di 80 chilometri orari. Li avrà quindi tutti sulla coscienza quei morti, il macchinista. Ha affrontato quella curva ad una velocità doppia di quella consentita. Ma è mai possibile che con tutta la tecnologia in nostro possesso, non si sia potuto predisporre un sistema automatico che, svicolando ad una distanza predefinita dalla curva, ogni convoglio in transito dal controllo del macchinista, lo portasse con una adeguata e controllata decelerazione, ad affrontarla, quella
curva, ripetiamo mal progettata, alla velocità indicata per il transito in sicurezza? Evitando di trasformare quel macchinista da vittima (possibile) in carnefice e, di conseguenza, evitandoci di dover attendere il bollettino definitivo dei morti.
Alessandro Tuscolo

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