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Ci mancava la realpolitik del Colle

La lunga nota con la quale Giorgio Napolitano ha fatto conoscere la sua posizione sulla condanna definitiva di Silvio Berlusconi per evasione fiscale ha dato agli osservatori l’impressione che il percorso che porta alla affermazione della “agibilità politica” del leader del Pdl in modo da consentirgli, come chiede il suo partito, di continuare a rappresentare i dieci milioni di italiani che appena nello scorso febbraio hanno votato per lui, è impervio e a tratti persino difficile da individuare, ma non impossibile. E che quindi una soluzione, che sarebbe essenzialmente politica e il cui scopo principale sarebbe di evitare una crisi di governo al momento “fatale”, possa alla fine essere trovata. Significative, in questo senso, le reazioni del Pdl, per il quale quella di Napolitano è una “riflessione che apre spazi”, e del partito democratico, che in tono moderato parla di “risposta opportuna” alle fibrillazioni che dalla pronuncia della Corte di Cassazione si avvertono nel centrodestra.

La nota del Quirinale è giunta dopo giorni di contatti discreti tra Pdl e Pd per la ricerca – se esiste – di una soluzione che permetta a Berlusconi, nonostante la condanna al carcere e la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, di continuare a svolgere un ruolo politico. Sul piano strettamente giuridico, si capisce dalle parole di Napolitano, la strada è obbligata perché “di qualsiasi sentenza definitiva, e del conseguente obbligo di applicarla, non si può che prendere atto” e “ciò vale nel caso oggi al centro dell’attenzione pubblica come in ogni altro”. D’altra parte Napolitano – che ha precisato di aver scelto di rendere pubbliche le proprie riflessioni perché “chiamato in causa in modo spesso pressante” affinché conceda la grazia al leader del Pdl – ha confermato che “nessuna domanda cui dovessi dare risposta”, e per prassi “indispensabile”, “mi è stata indirizzata”. Del resto, ha precisato, Berlusconi non rischia di andare in prigione.

Se la domanda di grazia sarà presentata, è ancora il pensiero di Napolitano, “tocca al Presidente della Repubblica far corrispondere un esame obiettivo e rigoroso per verificare se emergano valutazioni e sussistano condizioni che senza toccare la sostanza della condanna, possono motivare un eventuale atto di clemenza individuale”. Frase, questa, che sposta la valutazione del “caso Berlusconi” dal piano strettamente giuridico a quello politico, con una motivazione espressa da Napolitano in termini più che chiari: “Fatale – ha spiegato – sarebbe una crisi di governo faticosamente formatosi da poco più di 100 giorni” perché “instabilità ed incertezza ci impedirebbero di cogliere e consolidare le possibilità di ripresa economica”. Un “no” netto ad un ritorno immediato a voto, “ipotesi arbitrarie e impraticabili di scioglimento delle camere” quindi quelle espresse dai “falchi del Pdl.

L’ “avvertimento” è al Pdl quanto al Pd. Berlusconi, furioso per la condanna, che nelle prossime settimane lo farà decadere anche da senatore, passa secondo che gli sta vicino da momenti in cui vorrebbe far cadere il governo, ad altri in cui si mostra più prudente. Gianni Letta, che fa la spola con il Quirinale, con il nipote Enrico Letta (attuale capo del governo) e con i più moderati del Pd, gli ha spiegato che soltanto un atteggiamento prudente e consapevole, che passi probabilmente anche attraverso una dichiarazione “pubblica” di accettazione della condanna, può consentire di alimentare speranze per provvedimenti – come quello ipotizzato dallo stesso Napolitano – di qualche forma di clemenza. In questa direzione spingono i principali dirigenti del partito come Fabrizio Cicchitto, per il quale “bisogna misurarsi con questa prima presa di posizione del presidente della repubblica con senso di responsabilità e spirito costruttivo”, posizione – ha sottolineato – che “lascia aperti spazi significativi per quello che riguarda il futuro”.

Da parte del Pd c’è approvazione per l’intervento del Capo dello stato. Il segretario Epifani ha elogiato soprattutto le parole relative alla necessità di rispettare le sentenze e la necessità di salvare il governo, punto sul quale la nota del Quirinale “è stata chiara”, così come lo è “sul profilo istituzionale con cui affronta temi delicati come quelli in discussione in queste settimane”. Nessun riferimento, invece, almeno nella prima dichiarazione, all’ipotesi di eventuali atti di clemenza presidenziali, che rischiano di provocare spaccature del Pd.

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