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Realpolitik o difesa dei principi? Il nodo della crisi siriana

“Realpolitik” versus “Difesa dei principi”. E’ questa la partita in atto in queste ore nelle cancellerie delle grandi nazioni ma anche nelle coscienze dei politici e diplomatici che le frequentano e devono prendere una decisione – “la decisione” – sulla Siria: colpire il regime di Assad per l’utilizzo delle armi chimiche – non ancora provato oltre ogni ragionevole dubbio – oppure rinunciarvi per paura che la risposta siriana possa rivelarsi la miccia di una guerra capace di infiammare l’intero vicino oriente e forse coinvolgere anche altri paesi?

Gli Stati Uniti sono per l’intervento (si parla ora di mercoledì). Dice il presidente Barak Obama: “l’uso di armi chimiche contro i civili è una sfida al mondo intero e una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti: non può rimanere senza risposta”. Il suo appello per una “coalizione dei volonterosi” però incassa più defezioni che adesioni. Il “no” più clamoroso, perché imprevisto, è stato quello del Parlamento britannico. Al fianco degli Usa rimane la Francia di François Hollande, di colpo però esitante all’idea di essere il solo grande paese europeo a inviare i propri missili contro Assad; non è forse un esporsi troppo a potenziali rappresaglie terroristiche?

Gli Stati Uniti comunque non si fermeranno. Ammettono di aver compiuto qualche errore, per esempio sarebbe stato forse opportuno che intervenissero prima, magari già un anno fa quando Barak Obama disse che gli Usa non avrebbero in ogni caso tollerato l’utilizzo di armi chimiche in quanto “chimiche contro l’umanità”. Ora le prove che questo limite è stato superato: se per i risultati dell’inchiesta degli esperti dell’Onu occorrerà aspettare un paio di settimane, quelli in possesso del dipartimento di stato Usa (proveniente da servizi segreti, medici, ong, video, testimoni) sarebbero già più che sufficienti.

I luoghi dove le armi chimiche sono state usate, dicono gli Usa, sono 12; le vittime, nel solo attacco del 21 agosto, 1429 (tra cui 426 bambini).

Il fatto che il presidente Obama non abbia ancora dato il “via” all’intervento militare (di cui si pensa che sarà soprattutto un “avvertimento”, non la “spallata” per far cadere il regime) è stato sicuramente provocato , almeno inizialmente, dalla speranza di un’azione coordinata dei grandi paesi, per far capire al mondo che su certi argomenti “non si scherza”. Il forfait della Gran Bretagna ha preso Obama in contropiede, e costretto i militari – davanti alle esitazioni francesi – a rivedere i loro piani.

Logico quindi lo slittamento dello “strike”. Slittamento causato anche dal temporeggiamento di Obama il quale pur essendo consapevole della necessità che un segnale va dato sta anche valutando come si possano evitare conseguenze ancora più gravi. Gli Usa capiscono che alcuni paesi, tra cui l’Italia, si siano chiamati fuori fin dall’inizio; e alla scelta del governo italiano, dovuta anche alla debolezza della eterogenea coalizione che sostiene di Enrico Letta, non hanno replicato. Quel che si è saputo è però che è loro dispiaciuto il tono battagliero (da militante radicale) con cui dal primo momento il ministro degli esteri, Emma Bonino, ha perorato la causa dell’Italia indicando come strada da seguire quella delle Nazioni Unite, che lei stessa sa benissimo non essere percorribile, date le posizioni contrarie di Cina e Russia nel Consiglio di Sicurezza.

D’altra parte se l’Italia può accampare con Washington la scusa di un governo traballante, non così possono fare i britannici. Ma non basta che spieghino che il rifiuto di far parte della “coalizione dei volonterosi” riflette il nervosismo dei politici e il loro timore di scontentare l’opinione pubblica anche quando possono addurre valide ragioni di ordine morale e giuridico a favore dell’intervento.

La verità, come afferma in un asrticolo sul Corriere della Sera lo storico Christopher J.H. Duggan, dell’università di Reading, è probabilmente che siamo davanti “ad un cambiamento storico, che mette in discussione il ‘rapporto speciale’ tra GB e USA e la possibilità, da parte della Gran Bretagna, di continuare a vivere all’ombra del proprio passato e considerarsi un protagonista – in senso morale e materiale – sulla scena internazionale”.

di Carlo Rebecchi

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