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MAFIA/ Il direttore dell’Agenzia per i beni sequestrati confessa: non ce la facciamo

«Non ho le forze»: ad ammettere tutte le difficoltà dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati è il suo stesso direttore Giuseppe Caruso che, nel libro ‘Per il nostro benè (Chiarelettere), spiega alle due autrici Alessandra Coppola e Ilaria Ramoni come un ente dalle finalità più che nobili si stia avviando verso il fallimento. Troppi i problemi burocratici e legislativi, minime le risorse finanziarie e di organico, a dir poco problematico il rapporto con chi dovrebbe collaborare e invece non lo fa, a partire dalle banche. Creata nel 2010, nel libro viene ricordato come l’Agenzia sembrasse una buona soluzione per gestire l’immenso patrimonio confiscato alle mafie, che comprende beni di tutti i tipi, dai castelli ai campi di papaveri, dai trulli pugliesi ai ‘bacarì veneziani, dagli agrumeti ai campi da calcio. Ma oggi l’Agenzia non ha risorse nè competenze sufficienti e il suo primo direttore, Mario Moncone, è molto chiaro: «Ritengo che nell’ultimo periodo ci sia una paralisi». Dopo le dimissioni di Moncone nel 2011, l’Agenzia è passata a Giuseppe Caruso, già questore e prefetto di Palermo, che si trova a gestire con trenta persone 3995 beni immobili di cui 2819 presentano «criticità», e di questi 1666 sono gravati da ipoteche. Più di uno su tre, di fatto, inutilizzabili. Eppure è un patrimonio per il quale «si può tranquillamente parlare del valore complessivo di una piccola manovra finanziaria», spiega Caruso. Ma dalla confisca al riutilizzo il percorso è lunghissimo e i criminali sanno come complicarlo. Per esempio accendendo mutui con le banche su case o terreni a rischio sequestro e Caruso non è tenero con chi li concede: «Io da sbirro dico che c’è sempre malafede. Le banche insediate nel territorio sanno benissimo chi è il boss locale. A maggior ragione, se il mutuo è stato fatto a ridosso del sequestro, dovrebbe essere pacifico che alla banca non si deve niente». Il libro, che verrà presentato domani a Milano con il sindaco Giuliano Pisapia e il magistrato Alberto Nobili, è quindi un viaggio tra esperienze a lieto fine con conquiste anche fortemente simboliche inserite però in un quadro complessivo a forte rischio di insuccesso. Perchè «la faccenda della confisca e del recupero delle proprietà dei mafiosi non è una linea retta, ma un gomitolo», come scrivono le due autrici che avvertono: «C’è il pericolo di una clamorosa sconfitta collettiva. Abbiamo scritto questo libro per scongiurarla. Per il nostro bene.”

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