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PD/ Dall’intesa a “contrordine compagni”, film di una giornata da incubo

L’intesa c’era, trovata a tarda notte, dopo il certosino lavoro della commissione per il congresso. E c’era anche il primo sì dei delegati dem alle raccomandazioni della commissione. Poi, però, sul voto alle modifiche dello Statuto è di nuovo psicodramma e la tanto attesa Assemblea Nazionale del Pd, quella che avrebbe dovuto sciogliere il ‘nodo di Gordiò delle regole, finisce nel caos. Dopo un ultimo tentativo di mediazione è il segretario Guglielmo Epifani, alle 14.15, a scrivere i titoli di coda di un film già visto: con poche certezze e l’ennesimo rinvio, condito dalla solita girandola di sospetti. Il film dell’Assemblea comincia in realtà 4 mesi fa, quando la commissione per il congresso comincia a riunirsi per mettere nero su bianco un’intesa sulle regole. In estate si succedono due infuocate direzioni, con un risultato, la data dell’Assemblea. Assemblea alla quale oggi si chiedeva soprattutto chiarezza e che ieri era cominciata con un certo ottimismo, con Epifani che annunciava il Congresso per l’8 dicembre. Ma se un accordo di massima viene trovato sul calendario dei congressi, sui termini per le candidature e sulle primarie aperte (tutti punti contenuti nelle raccomandazioni della commissione) è la modifica degli articoli 3 e 18 dello Statuto, e in particolare la fine dell’automatismo tra segretario e candidato premier, a far intravedere il baratro. A certificare il disagio è Marina Sereni, che alle 13 sospende l’Assemblea per cercare una mediazione che porti alla maggioranza qualificata (471 su 560 delegati registrati) per approvare le modifiche. Nell’auditorium Conciliazione cominciano a formarsi a macchia di leopardo capannelli di delegati. Alla fine si comprende che i ‘nò sono un centinaio. Il patto sullo Statuto salta e arriva il rompete le righe generale di Epifani che, comunque, ci tiene a ribadire l’unico punto fermo, la data dell’Assemblea. Ma una volta sciolta la riunione, tra i delegati che escono alla spicciolata comincia la girandola di sospetti. Con bindiani e veltroniani che finiscono nel mirino per la loro dichiarata opposizione alla modifica dell’art. 3 e che si difendono accusando gli altri di giocare a scaricabarile. I bersaniani, che accusano di aver fatto saltare il banco renziani e bindiani, finiscono a loro volta nella lista dei sospetti di chi li considera tra i colpevoli del mancato accordo, con lo scopo di rinviare il Congresso. Anche perchè, uscendo dall’Assemblea Bersani, avverte: per arrivare pronti all’Immacolata «bisogna lavorare anche di notte». Eppure, poco prima del caos la giornata aveva offerto anche una primo assaggio della partita tra i 4 candidati: Renzi, Cuperlo, Civati e Pittella. L’applausometro incorona Cuperlo e i suoi discorsi su un Pd pluralista e «all’altezza del cambiamento». Mentre Renzi strappa consensi quando richiama i dem ad avere l’ambizione di governare da soli e assicura che, in caso di sconfitta, «sarà in prima fila» accanto a Cuperlo. Poi arriva il momento del voto. E alla fine, come sentenzia Stefano Fassina, dalla due giorni di Assemblea «nessuno» esce vittorioso

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