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Mafia: arrestati genero e figlia di Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore

Giuseppe Grigoli

Il genero e la figlia di Vittorio Mangano, e uno dei suoi principali uomini di fiducia tra gli arrestati dalla Squadra mobile di Milano, nell’ambito di un’indagine sulla criminalità organizzata di stampo mafioso. Beni mobili e immobili per un valore di oltre 700 milioni sono stati confiscati dalla Direzione investigativa antimafia all’imprenditore di Castelvetrano Giuseppe Grigoli, 64 anni, indicato dagli inquirenti come uomo di fiducia e prestanome del boss latitante Matteo Messina Denaro, ritenuto nuovo capo di Cosa Nostra.

Le indagini della Squadra Mobile di Milano hanno evidenziato un cospicuo flusso di denaro che serviva per mantenere latitanti ma che veniva anche investito in nuove attività imprenditoriali, infiltrando ulteriormente, quindi, l’economia lombarda. Le indagini della Polizia di Stato hanno individuato una complessa rete di società cooperative attive nella logistica e nei servizi che mediante false fatturazioni e sfruttamento della manodopera hanno realizzato profitti in nero dal 2007, un fiume di denaro che sarebbe servito a gestire la latitanza di esponenti di Cosa Nostra e di operare nuovi investimenti imprenditoriali in Lombardia. Decine di perquisizioni sono state eseguite nel Milanese (a Peschiera Borromeo, Bresso, Corsico, San Donato Milanese, Brugherio, Trezzano sul Naviglio), in provincia di Varese, a Monza, a Lodi e a Cremona. Le accuse ipotizzate vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso e l’estorsione, alle false fatturazioni, il favoreggiamento e l’impiego di manodopera clandestina. I provvedimenti di custodia cautelare sono stati emessi dal gip del Tribunale di Milano, Stefano Donadeo, su richiesta del sostituto procuratore della Dda Marcello Tatangelo.

Dda Milano, in Lombardia ‘è imprenditoriale’ – In Lombardia siamo di fronte a una “mafia imprenditoriale”, che cerca di fare affari, e non solo illeciti. L’osservazione è contenuta in un passo del dispositivo della Dda di Milano, che coordina l’operazione contro la criminalità organizzata che ha portato a otto arresti tra i quali la figlia e il genero di Vittorio Mangano. “L’associazione contestata corrisponde alla mafia imprenditoriale – dicono i magistrati della Dda nel dispositivo che ha portato all’emissione dei provvedimenti di custodia cautelare- cioè a un’associazione che si avvale della forza dalla storia e dalla fama della realtà criminale a cui appartiene … non per realizzare in via esclusiva evidenti azioni illegali bensì per entrare nel tessuto economico della zona d’appartenenza e trarne un beneficio economico”. Oltre alle otto misure emesse dal gip di Milano Stefania Donadeo (e non Stefano come riferito sulle prime, ndr) e alle perquisizioni, sono stati individuati beni e conti correnti ora al vaglio della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Milano.

La relazione pericolosa tra Dell’Utri e Mangano. Tra gli anni Settanta e il 1992 Marcello Dell’Utri, con la mediazione di Gaetano Cina’, avrebbe avuto rapporti con personaggi di spicco di Cosa nostra comeStefano Bontade, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, che poi lavoro’come ”stalliere” nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi.Questi rapporti sarebbero serviti a Dell’Utri per assicurare la”protezione” mafiosa alle operazioni finanziarie da luigestite per se’ e nell’interesse delle societa’ di Berlusconi.Questi i motivi che hanno portato alla condanna del senatore delPdl.

La Cassazione, motivando la sentenza su Dell’Utri scrisse: ‘Il senatore Marcello Dell’Utri e’stato il ”mediatore” dell’accordo protettivo per il qualeBerlusconi pago’ alla mafia ”cospicue somme” per la suasicurezza e quella dei suoi familiari. Lo scrive la Cassazionenelle motivazioni depositate della sentenza che ha annullato conrinvio la condanna per concorso esterno a Dell’Utri’. E ancora: ‘Per quanto riguarda l’assunzione delmafioso ‘Stalliere’ Mangano alla villa di Arcore, ad avvisodella Suprema Corte il dato di fatto ”indipendentemente dalle ricostruzioni dei cosiddetti pentiti, e’ stato congruamente delineato dai giudici di merito come indicativo, senza possibilita’ di valide alternative, di un accordo di natura protettiva e collaborativa raggiunto da Berlusconi con la mafia per il tramite di Dell’Utri che, di quella assunzione, e’ stato l’artefice”’.

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