| categoria: Latina, Roma e Lazio

Anche Latina ha il suo Berlusconi: “Sono innocente e non mi dimetto”

Armando Cusani, presidente della Provincia di Latina, condannato a due anni di carcere e interdetto dalla pubblica amministrazione


Galeotto fu l’ampliamento dell’albergo che fece assieme al suocero invadendo la proprietà di un anziano. Questi lo denunciò e il tribunale penale condannò il presidente della Provincia Armando Cusani

Seguiamo con attenzione da tempo le vicende politiche pontine e riscontriamo costantemente le anomalie, in particolare quelle del presidente della Provincia di Latina, Armando Cusani che, pur condannato a due anni di carcere e interdetto dai pubblici uffici, continua ad esercitare il suo ruolo sebbene da più parti venga chiesto esplicitamente di dimettersi. E’ un caso Berlusconi in sedicesimo, scrive oggi Antonello Caporale su Il Fatto Quotidiano del quale riportiamo ampi stralci.

Inizia così l’articolo de Il Fatto: «È un uomo del fare. Come Lui. Ama l’intrapresa e ha il profilo del team leader. Non guarda, fa. Non pensa, agisce. Quando vent’anni fa il suo cuore lo tormentò, come Lui decise che era venuto il momento di fare qualcosa per il suo Paese. Come Silvio Berlusconi ha dato tanto all’Italia, così da vent’anni Armando Cusani sta dando tanto a Sperlonga, il borgo di Tiberio, una curva splendida nel mar Tirreno appena dopo Sabaudia, appena prima di Gaeta. Cusani ama Sperlonga di cui è stato sindaco e ama la sua famiglia, di cui è un grande amministratore delegato. E come Silvio anche il nostro Armando è incappato nella persecuzione giudiziaria, afflitto da carte bollate e giudici dai bollenti spiriti rossi. È finita come Silvio: condannato e interdetto».

La storia di Cusani, scrive Caporale, «ex carabiniere ora cinquantenne, è la prova che il virus di B. è entrato in circolo in ogni luogo, la conferma che se a Roma si può disattendere alla legge è lecito uniformarsi, legittimo resistervi, del tutto plausibile contestare, contrastare e rigettare ogni decisione avversa tacciandola come atto politicizzato, riducendolo a scontro tra poteri, mistificandone ogni senso logico, ogni rigore e congruenza». Ecco come spiega i fatti il giornalista de Il Fatto. «Cusani, sindaco e dominus di Sperlonga, fa garrire la bandiera di Forza Italia e da buon forzista conferma il desiderio anche personale di intraprendere. Al mattino in municipio è al servizio del bene comune, al pomeriggio per il bene suo. Giusto e corretto. E’ un albergatore, e in società con il suocero – Aldo Chinappi – punta ad allargare il business. Allargarlo, cioè rendere più confortevole, più ampio e accessibile un rifugio dorato: le Grotte di Tiberio. Chiede permessi all’ufficio tecnico, e li ottiene. Sviluppa, condonati, alcune centinaia di metri quadrati. E prosegue con altri. I lavori vanno avanti, il comune, sempre micragnoso con le licenze, accompagna l’opera con affetto amicale e un occhio persino compassionevole». Insomma, «La coppia Cusani&Chinappi avanza nei lavori e un po’ deborda. Di poco, circa 228 metri quadrati. Succede, sono gli imprevisti dell’ingegneria, che all’albergo resista come spina nell’occhio la casetta di Carmine Tursi, pensionato napoletano e villeggiante affezionato». Ma poi, spiega Caporale, Tursi torna, come ogni anno a Sperlonga. «Quando vi ritorna, è il 2005, è giugno. Trova il suo tetto praticamente interrato, la sua casa trasformata in un buco, chiusa ai lati da alti muraglioni. Cusani si era allargato e i frutti del suo ingegno erano visibili». Tursi testimonia: «Non potevo più entrarci, la mia casa era divenuta una frattaglia, una specie di loculo. Volevo star buono perché sapevo che è un potente e aveva agganci di alta fattura. Però alla vista di quel che aveva fatto mi sono ribellato».

Il Fatto Quotidiano entra nel vivo del personaggio. «Quando il prefetto di Latina indagò sulle connessioni criminali nel municipio di Fondi, denunciando infiltrazioni camorristiche di notevole rilievo, il nostro sentenzio: «Patacche!». E della commissione d’accesso disse: «È formata da pezzi deviati dello Stato». La carriera di Cusani fino ad allora non aveva avuto uno stop. «Fin quando si giunge al Tribunale di Latina», Caporale scrive: «dove è imputato di abuso, edilizio e d’ufficio. Nella corte giudicante anche Gabriella Nuzzi, nome giunto alla ribalta per le vicende giudiziarie relative all’inchiesta Why not. La corte alla fine giudica e scrive: due anni di reclusione, due anni di interdizione dai pubblici uffici, abbattimento dei volumi in sovrappiù». Nella corte, accuserà Cusani, un manipolo di toghe rosse. E poi prosegue l’articolo «Chiama la tv: «Non mi sento colpevole, dimostrerò la mia innocenza. E comunque mi riservo di decidere se dimettermi dalla carica di presidente della provincia». Infine, argomenta Caporale, «Ci pensa un giorno e una notte, e siamo a luglio dell’anno scorso: «Ho riflettuto, non mi dimetto. Ecco le carte». Si autocertifica innocente. Cosicché resta dov’è sebbene la legge Severino preveda la sospensione di diritto (articolo 11) dall’ufficio pubblico». E la legge? Perché nessuna autorità preposta interviene? Caporale prova a dare alcune risposte. «ll prefetto sta valutando il da farsi, il ministro dell’Interno ha altre gatte da pelare e figurarsi se può impegnare il suo tempo in queste beghe laziali». E la Regione Lazio? Ecco, appunto. Anche qui il giornalista de Il Fatto trova la notizia, anche questa paradossale. «Anche l’opera abusiva sarebbe dovuta essere abbattuta. Ma pure in questo caso l’ufficio tecnico comunale, che avrebbe dovuto disporne l’abbattimento, ha altri e più gravi pensieri. E la Regione Lazio, che dovrebbe sostituire l’ufficio inerte nominando un commissario ad acta, non sa nulla. E se sa, non gli compete. «Se la veda la Procura di Latina», ha scritto l’assessore alle politiche del territorio. Tutto è bene ciò che finisce bene».

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