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Sanità, la rivoluzione veneta. Chiude un solo ospedale, quello di Cortina va all’asta

Una riorganizzazione «epocale » secondo il governatore Luca Zaia, che lascerà in corsia solo gli acuti per trasferire alla medicina territoriale (ambulatori h 24, con bacino di utenza sceso da 25 mila a 15 mila malati, residenze sanitarie, ospedali di comunità, centri Alzheimer e strutture intermedie) tutti gli altri. La sanità del Veneto sta per cambiare faccia. L’obiettivo è un sistema capillare e sicuro, che costi meno (un letto ospedaliero vale almeno 500 euro al giorno) e sia più appropriato. Magari potenziato da nuove risorse che si attendono dai pazienti di fuori regione, ai quali sono stati dedicati 600 posti in più: 300 nei poli pubblici (100 l’una alle Aziende ospedaliere di Padova e Verona, che salgono a una dotazione definitiva rispettivamente di 1448 e 1503; 20 a testa ai nosocomi di Treviso, Venezia, Vicenza, Feltre e Malcesine) e 300 ai convenzionati. Una scelta che secondo il presidente della commissione Sanità, Leonardo Padrin, porterà a un indotto di 80 milioni l’anno e favorirà 1300 nuove assunzioni.

Ma l’opposizione ha votato contro perchè, spiega Claudio Sinigaglia del Pd, «non c’è certezza sulle date della rivoluzione territoriale». Tornando agli ospedali, è stato autorizzato il polo unico San Donà-Portogruaro e si è deciso di interrompere le sperimentazioni gestionali pubblico-privato per il «Codivilla» di Cortina e per il polo riabilitativo di Motta di Livenza. Per il primo la Regione metterà all’asta il suo 51% di azioni, mentre il secondo diventerà solo pubblico (arriva il primariato in Cardiologia). E poi perdono l’accreditamento a «presidi ospedalieri» la casa di cura «Madonna della Salute» di Porto Viro e il Policlinico «San Marco» di Venezia, concesso invece al presidio di Abano Terme, alla clinica «Pederzoli» di Peschiera e all’ospedale religioso parificato «Sacro Cuore» di Negrar. Non è un sillogismo burocratico, tale classificazione significa nessun tetto al budget e agevolazioni fiscali.

Un’altra grande novità, oltre alla rete di Diabetologia (un’unità per Usl) è l’introduzione delle «Unità semplici dipartimentali » (Usd), che i direttori generali possono autonomamente attivare a seconda delle esigenze e delle richieste del territorio e che sono coordinate non da primari ma da responsabili nominati sempre dai dg. Una sorta di «primarietti». «Abbiamo voluto dare alle Usl l’opportunità di creare aree più snelle, non ingessate dalla burocrazia—spiega il segretario della Sanità, Domenico Mantoan, che con Coletto ha partecipato alla maratona — e affidate a professionisti a differenza dei primari non selezionati da commissione nazionale tramite concorso. Un’idea che ci consente anche di aggirare il contingentamento dei primari imposto alle Regioni dal ministero dell’Economia e di offrire comunque una prospettiva di carriera a tanti bravi medici. E’ un sistema premiale che non ci costa tanto di più e che diventerà uno strumento di valorizzazione professionale».

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