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Vajont, fu un errore di valutazione di uomini di scienza e uomini di Stato

Ha chiesto scusa lo Stato, hanno chiesto scusa i geologi per una tragedia che, come ha sintetizzato il presidente del consiglio nazionale Gian Vito Graziano, «fu un errore di valutazione di uomini di scienza e uomini di Stato». Un errore costato la vita a 1.910 persone una sera di 50 anni fa, alle 22.39 del 9 ottobre. Un dramma che mise in evidenza paradossalmente la tenuta di un’opera ingegneristica, una diga, che la popolazione non voleva, che il monte Toc ha ripudiato facendo crollare nell’invaso d’acqua quasi 300 milioni di metri cubi di massi e terra sollevando un’onda gigantesca e distruttiva che superò lo sbarramento e distrusse una valle. Un geologo, un uomo di scienza come Edoardo Semenza, quattro anni prima, inascoltato, aveva intuito il rischio enorme che incombeva su Longarone e sugli altri paesi vicini. Oggi la scienza dice – come è emerso in recente convegni – che un nuovo Vajont, un nuovo disastro legato a dighe esistenti, è di fatto impossibile, tale è il livello dei sistemi di controllo e sicurezza. Altri sono i problemi legati alla fragilità idrogeologica del territorio italiano, altre le questioni inerenti ai piani di protezione civile, assenti ancora in tanti comuni. «Il tema della pianificazione – ha recentemente ricordato Franco Gabrielli, capo del dipartimento della Protezione civile – in senso assoluto è il tallone d’Achille del nostro sistema nazionale. Un maturo sistema di protezione civile non può non avere una relazione stretta con la prevenzione infrastrutturale». Di Protezione Civile, come realtà da strutturare, in Italia si iniziò a parlare soltanto nel 1976, 13 anni dopo il Vajont, e all’indomani del terremoto del Friuli con le sue quasi mille vittime. Fu necessario un altro sisma devastante, quello dell’Irpinia del 1980, per far sì che nel 1982 fosse costituito un ministero dedicato, retto da Giuseppe Zamberletti, già commissario per la ricostruzione legata ai due eventi precedenti. Il Veneto, regione del Vajont e delle grandi alluvioni, per l’assessore Daniele Stival, oggi offre un quadro sul fronte della protezione civile sensibilmente migliore rispetto alla media nazionale. «Ad oggi – spiega – abbiamo oltre l’80% dei Comuni in possesso del piano di Protezione Civile, anche se almeno la metà lo deve aggiornare in base alle norme intervenute nell’ultimo anno e mezzo. Diciamo che almeno dal punto di vista burocratico siamo messi abbastanza bene. Anche in occasione dell’esercitazione nazionale del 14 settembre sul Vajont è stato effettuato un test per una cinquantina di associazioni. Poi – prosegue – è vero che tutto questo può non bastare se le popolazioni non ne sono a conoscenza». Così com’è vero che la gestione delle emergenze è capitolo diverso da una seria politica della prevenzione e qui, aggiunge ancora l’assessore, «per mettere in sicurezza il Veneto dal punto di vista idrogeologico servono 2,7 miliardi. Cioè oltre 250 milioni l’anno per 10 anni e noi, come Regione, più di 50 sul piatto non possiamo metterne». Si tratta, va anche detto, di opere la cui realizzazione comporterebbe peraltro una ricaduta in termini occupazionali tutt’altro che secondaria. «Per cui – conclude – o ci lasciano far debiti oppure lo Stato deve affiancarci».

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