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Letta ora tifa Alfano, scissione non serve se guida il Pdl

Forse alla fine sarebbe quasi meglio avere un centrodestra unito sotto Alfano che un centrodestra spaccato, con poche colombe fuoriuscite da una parte e i falchi che guidano la maggioranza del partito dall’altra. La premessa, ovviamente, è che sia un Pdl ‘deberlusconizzatò, o quantomeno ‘dafalchizzatò. Quando Enrico Letta spiega ad alcuni parlamentari come vede la ‘suà nuova maggioranza, li lascia sorpresi. Perchè in tanti, nel Pd, la pensano in modo diverso. Molto diverso. Auspicano infatti che i filo-governativi del Pdl si smarchino, creino un gruppo autonomo e dicano definitivamente addio a Silvio Berlusconi. Magari portandosi via un pezzo sufficiente per andare avanti, ma non troppo ampio. Ed è facile capirne il motivo: avrebbero meno difficoltà a spiegare la loro alleanza con gli ex berlusconiani, ma soprattutto il baricentro della maggioranza sarebbe visibilmente spostato a sinistra. Ma Letta, che deve guidare il governo, ha anche altre esigenze differenti. Sa benissimo che un gruppo separato porterebbe quella «chiarezza» che lui stesso ha più volte preteso, tanto da porre la questione di fiducia. E sa altrettanto bene che il voto favorevole di Berlusconi complica molto la vicenda. Così come la sua permanenza nella maggioranza. Per questo ha notevolmente calcato la mano nel suo intervento alla Camera: proprio per mettere nero su bianco che c’è una nuova maggioranza politica e che eventuali nuovi ricatti saranno inutili. Ma Letta deve anche tenere in considerazione altri aspetti, che nel Pd possono essere lasciati sullo sfondo. A cominciare dalle esigenze di Alfano. Il quale, già nei giorni scorsi, ha chiarito cosa ha in mente: «Vogliamo prenderci il partito, non uscirne», gli ha spiegato. Obiezione che Letta comprende, visto l’appeal elettorale del Pdl rispetto ad una formazione nuova di zecca. Come dimostra l’esempio di Fini. Ma non solo: Alfano, Lupi e Quagliariello hanno spiegato che un conto è obbligare i peones ad una nuova leadership interna al partito, tutt’altra questione convincerli a seguirli in un nuovo gruppo. Ovviamente il premier sa che non può entrare nel merito di vicende interne al Pdl. Osserva dunque da spettatore la partita. Ma non può non osservare quali sarebbero i pro e i contro di una mancata scissione. I contro sono evidenti: i contraccolpi nel Pd, ma soprattutto il rischio che quel chiarimento da lui stesso preteso venga a mancare. Ci sono però anche dei ‘prò. E sono comprensibili solo se si guarda all’obiettivo, riconfermato solennemente oggi in Parlamento, delle riforme. A cominciare da quelle istituzionali che richiedono maggioranze qualificate. Il ragionamento del premier è tanto semplice quanto lineare: come potrei portare a compimento quel processo di rinnovamento se la sua maggioranza poggiasse sul voto di qualche decina di transfughi? Anche numericamente sarebbe impossibile visto che per cambiare la Costituzione sevono maggioranze qualificate. Ecco perchè spera che Alfano abbia numeri più ampi di quelli che hanno costretto Berlusconi a votare la fiducia. E se questo può avvenire solo con la conquista del partito, ma senza una scissione, allora Letta sarà costretto a tifare per questa soluzione. Dandogli il tempo necessario per questa sfida. Certo, meglio sarebbe se i falchi (e Berlusconi) fuoriuscissero. Ma è qualcosa che non dipende da lui. Sul fronte del Pd, Letta si sente decisamente più forte. In fondo, spiega un deputato a lui vicino, è quello che «ha messo all’angolo Berlusconi». E qualcuno, in quell’invito a smetterla con i «ricatti» ci ha visto un monito anche diretto al sindaco di Firenze.

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