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Stracci e sporco, il centro di accoglienza di Lampedusa è al limite della vivibilità

La vergogna dell’Italia e dell’Europa è un camion di gelati che somali ed eritrei scappati dalla guerra e dalla fame hanno trasformato in casa; la vergogna dell’Italia e dell’Europa sono tre bambini che hanno visto l’orrore in Siria e ora dormono su un materasso sporco abbandonato sotto un albero, assieme a centinaia di persone. Bisogna vederlo, il Centro di prima accoglienza e soccorso di Lampedusa: per capire come le parole spesso vuote della politica vanno in frantumi di fronte alla realtà. Là dentro si sopravvive, non si vive. Non da oggi, ma da almeno due anni. Da quando, a settembre del 2011, i migranti esasperati per le settimane passate reclusi uno sopra all’altro e senza una colpa, diedero fuoco alla struttura. I segni di quell’incendio sono ancora tutti lì: un padiglione è interamente distrutto; un altro ha le tracce del fuoco sul tetto e all’interno. Ora il governatore della Sicilia Rosario Crocetta non può che ammettere che «obiettivamente là dentro non si vive bene» e sostiene che finalmente ci sono i fondi per ristrutturare. Ma forse e nel frattempo, sarebbe stato opportuno che i migranti fossero trasferiti altrove. E invece il Centro scoppia. Ancora una volta. E non certo per i 155 sopravvissuti al naufragio di ieri, che se ne stanno da una parte, il terrore ancora negli occhi, la paura nell’anima. «Prima che mi tirassero su ho passato almeno quattro ore in mare – racconta l’eritreo Mohamed – ero sicuro che sarei morto. Eravamo duecento sul ponte, altri duecento sotto, vicino al motore. E altri cento ancora più sotto. Sentivo le urla della gente. Poi il silenzio». Scoppia perchè, come dice da tempo il sindaco Giusi Nicolini, la politica ha preferito usare quest’isola come strumento di ricatto per fare pressioni sull’Europa, anzichè occuparsi realmente dell’accoglienza dei migranti. E così nel Centro che oggi ha 300 posti disponibili ci sono 1.055 migranti, di cui trecento minori. E così si vive come bestie, non come uomini. Donne, bambini, giovani e meno giovani; tutti nelle stesse condizioni. Tutt’attorno alla struttura, dove solo pochi fortunati, soprattutto donne, hanno trovato un letto, c’è un mondo: fatto di materassi utilizzati per costruire ripari e teli termici – gli stessi che vengono gettati sulle spalle dei migranti appena soccorsi sui barconi – usati come tende. In centinaia vivono all’aperto, con il caldo e con la pioggia; ci sono uomini arrivati dalla Palestina, dalla Libia, dalla Siria. Donne velate e bambini. E sono proprio questi ultimi, con i loro sorrisi nonostante tutto e le loro corse tra le gambe dei grandi, la loro voglia di vita e la speranza di un futuro migliore, a dirci che no, non è così che un paese civile accoglie chi ha bisogno d’aiuto. «Mi vergogno, mi vergogno di queste condizioni – ripete Giusi Nicolini – non siamo campioni dell’accoglienza. Siamo campioni dell’emergenza». Il sindaco ha anche uno scontro con prefettura e ministero, che per far entrare i giornalisti chiedono di rispettare la procedura. «La vogliamo avere la democrazia vera o no? Vogliamo far vedere alla stampa di tutto il mondo come vive questa gente oppure dobbiamo fare finta di nulla?» Obiettivamente, c’è da vergognarsi. I siriani stendono i panni lungo la rete di recinzione; gli eritrei fanno la fila per la mensa; stracci logori sono accanto a vestiti colorati; sotto gli alberi si allatta e si dorme. Tutt’attorno, piatti sporchi di cibo, sporcizia, bottiglie vuote: assieme alle telecamere arriva anche chi deve pulire questo scempio. Il camion di «gelati e surgelati» sta da una parte, nascosto alla vista di chi entra. Bisogna andarselo a cercare. «Siamo in sette, stiamo bene, anche se vorremmo andar via da qua» dice uno di quelli che ci vive dentro con un sorriso amaro. Ma almeno può stendersi: ai tre eritrei che vivono in quella che era la cabina di guida non è concesso neanche quello.

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