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Masi, la cultura del vino nelle isole laguna Venezia

Produrre vino in un’isola della laguna di Venezia dopo aver creato la pay-tv in Francia e in Italia; scoprire storiche vigne nascoste nei conventi del capoluogo veneto o tenere in vita e rilanciare un vitigno autoctono che risale al XIV secolo.

E’ il denominatore comune che accompagna il progetto “Le Vigne di Venezia”, al quale è andato il 32/mo Premio Masi – Civiltà del Vino, assegnato a Flavio Franceschet con l’Associazione “Le vigne ritrovate-La Laguna nel Bicchiere”, Michel Thoulouze con l’Orto di Sant’Erasmo e la famiglia Bisol con “Terre di Venezia-Venissa”.

“Un premio uno e trino – ha detto Sandro Boscaini, vice presidente della Fondazione Masi – assegnato per aver recuperato le vigne storiche della città di Venezia e della sua laguna , riallacciando così il legane tra la Serenissima e un prodotto intriso di cultura e arte come il vino, che proprio a Venezia trova un palcoscenico straordinario di visibilità mondiale”. Franceschet ha contribuito a far nascere piccoli vigneti gelosamente custoditi negli orti dei Carmelitani Scalzi dei Frati Minori Francescani e del Convento delle Zitelle Fertili, sulle isole di San Michele e della Giudecca. Al tempo insegnante alla scuola Calvi quando portò gli studenti a vendemmiare (la prima produzione infatti si chiamò “Calvino”), è stato l’artefice di vini dal ciclo assolutamente naturale: uva raccolta a mano, pigiata con i piedi e portata a maturazione senza alcun additivo aggiunto. Michel Thoulouze, affermato imprenditore parigino in campo televisivo, ha il merito della rinascita dell’isola di Sant’Erasmo, famosa per aver fornito per secoli verdura e ortaggi alla città dei Dogi. Il suo vino “Orto di Venezia” è nelle cantine dei ristoranti pluristellati di tutto il mondo. Gianluca Bisol. esponente della famiglia di storici viticoltori di Valdobbiadene, ha scoperto piante di vite sopravvissute in un giardino accanto alla Basilica di Santa Maria Assunta al Torcello. E’ nsto così il progetto “Venissa in Scarpa-Volo” a Mazzorbo. La tenuta rappresenta una testimonianza ultrasecolare della cultura contadina lagunare: l’antico vitigno autocotono Dorona di Venezia, detto anche l’Uva d’oro. Due ettari cinti da un muro settecentesco dove dal 2010 si produce un vino esclusivo (sold-out prima ancora che la nuova annata finisca in bottiglia e ricercatissimo tra i collezionisti), appena 3500 chili, tra le produzioni con la resa più bassa al mondo, mentre ad un gruppo di anziani di Burano è stata affidata le gestione dell’orto dove si coltivano verdure e alberi da frutto.

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