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Strage di Bologna, Mambro-Fioravanti non pagheranno il risarcimento

Valerio Fioravanti e Francesca Mambro non pagheranno il risarcimento di un miliardo di euro per la strage di Bologna chiesto dall’Avvocatura dello Stato perchè è intervenuta la prescrizione. Senza contare che l’individuazione e la quantificazione del bene statale «asseritamente leso» sono da considerarsi «assolutamente generiche». Queste le motivazioni con cui i legali dei due ex terroristi neri si oppongono alla richiesta dell’Avvocatura. Condannati definitivamente all’ergastolo per la strage del 2 agosto 1980 (85 morti e 200 feriti), Mambro e Fioravanti, attualmente sono liberi dopo aver espiato la pena. Il primo 18 anni di carcere, 6 di lavoro esterno/semilibertà, 5 di libertà vigilata. La seconda 16 anni di carcere, 4 di lavoro esterno/semilibertà, 6 di detenzione domiciliare speciale per maternità, 4 di libertà vigilata. I due hanno ammesso altri reati, ma si sono sempre dichiarati innocenti per Bologna. Contattata dall’ANSA, Francesca Mambro non ha voluto commentare l’atto. L’Avvocatura dello Stato nei mesi scorsi ha chiesto ai due il pagamento di un miliardo di euro per danno «non patrimoniale» e 59,8 milioni di euro per «danno patrimoniale» da destinare alla presidenza del Consiglio ed al ministro dell’Interno. I legali ricordano che la sentenza della Cassazione di condanna definitiva per la strage risale al 1995 e si chiedono «perchè l’Amministrazione dello Stato abbia aspettato 18 anni per far valere un diritto economico che si prescrive (al massimo) in dieci», secondo quanto previsto dall’articolo 2953 del Codice Penale e «quale sia lo scopo concreto, e prima ancora il senso, che si vuole perseguire con una richiesta risarcitoria di un miliardo e 59 milioni di euro svolta nei confronti di due soggetti da 25 anni nelle mani dello Stato, sia nell’essere (capacità/idoneità lavorative, imprenditoriali, reddituali) che nell’avere (patrimoni, redditi, conti corrente)». In proposito, segnalano anche che il reddito annuo dei due non supera di molto, per ciascuno, 16mila euro. Dunque, proseguono, «ci chiediamo come una eventuale sentenza di condanna al pagamento del richiesto importo possa essere eseguita nei confronti di due persone che, insieme, in una vita intera, non riuscirebbero a mettere insieme neanche una millesima parte di quanto preteso dagli attori». Nella loro comparsa gli avvocati definiscono così non ammissibile le richieste di risarcimento, «tardivamente avanzate, oltre che, quanto al danno non patrimoniale, genericamente individuate e sommariamente quantificate». Su quest’ultimo punto, i legali contestano la «pretesa risarcitoria» legata ad una «quantomai generica lesione della personalità ed integrità dello Stato». Si tratta di asserzioni «altisonanti», ma «corroborate da null’altro che da deduzioni presuntive». Infatti, ricordano, nei dieci anni precedenti il 2 agosto 1980 si sono verificati numerosi attentati nei quali rimasero uccise complessivamente 50 persone e dunque «l’integrità dello Stato risultava già essere profondamente minata da tali precedenti atti criminali che, nel loro insieme, risultano idonei a cagionare i danni lamentati da parte attrice ed oggi pretesamente attribuiti in via esclusiva agli avvenimenti del 2 agosto 1980
SCHEDA/ QUEL 2 AGOSTO DI SANGUE E ORRORE
Un boato improvviso, lacerante, poi solo urla, singhiozzi, polvere e macerie. L’atrio della stazione centrale di Bologna si riempie di sangue e detriti, sulla pensilina del primo binario l’esplosione investe anche il treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea in ritardo di un’ora sulla tabella di marcia: è il 2 agosto 1980, un torrido sabato di esodo verso le vacanze. Alle 10.25 (l’ora della tragedia rimarrà per sempre impressa nelle lancette ferme del grande orologio) l’esplosione squarcia l’ala sinistra della stazione su piazza Medaglie d’Oro: la sala d’aspetto di seconda classe, gli uffici del primo piano, il ristorante. Nel bar-self service perdono la vita sei lavoratrici; tra le vittime anche due taxisti in attesa di clienti nel posteggio davanti all’edificio polverizzato dallo scoppio. 85 morti e 200 feriti: la strage più efferata d’Italia cancella storie e persone di ogni età e provenienza. La prima ipotesi circolata sulle cause, l’incidente provocato dallo scoppio di una caldaia, non regge a lungo e in poche ore lascia il passo alla certezza dello scenario più vile e temuto: l’attentato terroristico con una bomba ad alto potenziale. Da subito, senza soste e per ore, si mettono all’opera sanitari, vigili del fuoco, forze dell’ordine, Esercito, volontari, alla ricerca di vite da salvare. Dagli ospedali arriva l’appello a medici e infermieri di tornare in servizio, mentre un autobus Atc della linea 37, la vettura 4030, diventa simbolo di quel terribile giorno, trasformandosi in un improvvisato carro funebre che ha come capolinea la Medicina legale per trasportare le salme. La vittima più piccola è Angela Fresu, appena 3 anni, e poi Luca Mauri, di 6, Sonia Burri, di 7, fino a Maria Idria Avati, ottantenne, e ad Antonio Montanari, 86 anni. In stazione arriva il presidente della Repubblica Sandro Pertini, commosso e angosciato, mentre tutt’ intorno una catena umana continua a spostare detriti nella speranza di trovare qualcuno ancora in vita. Quella stessa sera piazza Maggiore si riempie per una manifestazione, la prima risposta di mobilitazione politica per chiedere giustizia e verità, mentre all’obitorio si continua a tentare di dare un nome alle salme. Un’identità affidata a volte solo a brandelli di indumenti o di documenti, a un anello, ai resti di una catenina. Il giorno dei funerali, il sindaco Renato Zangheri ricorda come lo stesso copione fosse stato già vissuto sei anni prima, il 4 agosto 1974, sull’Italicus a San Benedetto Val di Sambro, con 12 morti e 44 feriti. Trentatre anni dopo, i familiari delle vittime chiedono ancora di conoscere tutta la verità sulla strage e sui suoi mandanti. Valerio Fioravanti e Francesca Mambro sono stati condannati all’ergastolo e la sentenza è divenuta esecutiva nel 1995. Loro, però,che hanno ammesso le loro responsabilità in altri gravi episodi, continuato a proclamarsi innocenti. Intanto un’inchiesta bis alternativa, con indagati tedeschi, è stata aperta sull’ipotesi di una pista palestinese.

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