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Asse Roma-Catanzaro, funziona l’intesa. Profiti (Bambino Gesu’) soddisfatto, i numeri parlano da soli

Giuseppe Profiti

«Vuole un dato? Circa il 25% dei bambini calabresi prima si curava fuori dalla propria regione, contro una media nazionale del 10%. Ritengo che questo fosse già di per sè la dimostrazione di un’anomalia inspiegabile nella misura in cui anche le risorse umane qui ci sono». Giuseppe Profiti, presidente del Bambin Gesù, catanzarese, ripercorre i tratti salienti del primo anno di collaborazione tra Azienda ospedaliera Pugliese-Ciaccio e ospedale pediatrico Bambin Gesù. «Dunque – aggiunge- c’era un problema di organizzazione, di cultura, di nuovi metodi. Per questo la cosa più importante che è stata portata qui, e non c’è stata, è bene sottolinearlo, alcuna calata di colonizzatori, è stata la presenza di due o tre persone, più una serie di professionisti, in grande maggioranza calabresi, che operano al Bambin Gesù e che vengono e lavorano qui con chirurghi pediatrici locali, su alcuni dei quali non le nascondo che abbiamo messo gli occhi». – Un’esperienza dunque che, pur tra le polemiche, ha dato e dà, secondo voi, risultati concreti? «Siamo venuti qui per discutere proprio dei dati di questi primi sette mesi confrontati con quelli dello stesso periodo del 2012, e quindi per misurare l’impatto del progetto Bambin Gesù sulla chirurgia pediatrica a Catanzaro. I numeri che abbiamo comunicato ufficialmente, non le nascondo anche con un certo orgoglio, parlano da soli: +27% di ricoveri chirurgici, 45% di interventi e addirittura +312% di visite ambulatoriali. Non è solo merito dell’ospedale Bambin Gesù, sia chiaro, nel senso che questo lavoro è stato fatto con i medici e gli infermieri, soprattutto, del Pugliese-Ciaccio. Del resto, l’innesto di cultura pediatrica da parte di un’istituzione che lo fa da 140, anni in una realtà in cui esistono energie professionali valide, non può che dare questo risultato. Ma anche un motivo di orgoglio perchè buona parte di questi problemi si sarebbero dovuti affrontare a Roma, senza necessità, con costi non solo per il sistema sanitario regionale ma anche per le famiglie costrette a spostarsi sulla Capitale». – Un successo misurabile, in qualche modo, ma anche mal digerito negli ambienti sanitari calabresi. «Credo che la chiave del successo, in generale, del Bambin Gesù sia sostanzialmente la capacità di sostituire le parole con i numeri. Le difficoltà? Non voglio mettere la testa sotto la sabbia. Sono calabrese e so benissimo che c’è un problema di contesto, accentuato dal fatto che stiamo apportando un cambiamento. Non entro nel merito, ma credo che la sanità non si faccia nelle aule di giustizia o nelle riunioni sindacali ma nelle corsie e vada misurata con i numeri. Sono ostacoli al cambiamento? Sì, ci sarà sempre chi ha paura di misurarsi con il nuovo per poi scoprirsi un pò più basso di quanto ama pensare di essere. È umano. L’importante è superare tutto ciò e fare in modo che dietro i simboli Pugliese-Ciaccio e Bambin Gesù, una madre, quando apre la porta, sappia e sia tranquilla di trovare qui quello che trova a Roma. Nient’altro. E tutto il resto va dimostrato con i numeri: persone, grado di soddisfazione e altro perchè su questo è giusto rendere conto». – Obiettivi futuri? «Intanto penso che ciò che è stato per ora poggiato qui debba in un certo qual modo essere esteso a rete. Il concetto di fondo è questo: l’eccellenza non è nulla se non riesce a trasferirsi sul territorio. I prossimi passi riguarderanno i collegamenti funzionali con le altre strutture ospedaliere della regione per uno scambio di cultura medica. Quindi, lavorare insieme, attuando corsi di formazione e affrontando casi in loco facendo muovere i medici».

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