| categoria: sanità

Mamma dopo tumore, la prima volta con ovociti vitrificati

Avere un figlio dopo aver sconfitto il cancro, grazie alla ‘lungimirantè scelta di conservare gli ovociti sani prima di sottoporsi alle terapie. È quello che è successo a una giovane donna che ha dato alla luce lo scorso 26 ottobre il suo bambino, nato da un ovocita ‘vitrificatò cinque anni fa, nel 2008, appena ricevuta una diagnosi di carcinoma ovarico border line che l’avrebbe costretta a sottoporsi a cure che avrebbero messo a rischio la sua fertilità. Ed è la prima volta in Italia che la tecnica innovativa della ‘vitrificazionè, utilizzata per preservare la fertilità di una donna (e non per una coppia all’interno di un ciclo di procreazione medicalmente assistita), porta alla fine del percorso alla nascita di un bebè. «Un giorno di grande felicità per il nostro staff ma anche una data storica per la medicina della riproduzione italiana che conferma il suo primato europeo nella crioconservazione ovocitaria» commenta Laura Rienzi, direttore del laboratorio dei Centri Genera, strutture di medicina della riproduzione, che ha seguito la giovane neo mamma in tutto il suo percorso. La vitrificazione, spiega, da tecnica sperimentale è stata riconosciuta recentemente come standard dalla comunità scientifica internazionale proprio per l’indicazione in pazienti oncologiche. E si tratta di una tecnica «più efficace del congelamento lento» nella crioconservazione di gameti: «Studi italiani e spagnoli – sottolinea l’esperta – hanno dimostrato che la sopravvivenza degli ovociti congelati con questa tecnica è superiore in media all’85% e può arrivare al 90-95%», mentre uno studio spagnolo ha dimostrato che «il tasso di gravidanze a termine è uguale se si utilizzano ovociti freschi o vitrificati». La vitrificazione consiste infatti nel congelamento rapido dell’ovocita, che «viene prima protetto da una soluzione che lo disidrata velocemente e poi rapidamente inserito nell’azoto liquido» impedendo così che «si formino cristalli di ghiaccio che possono rompere la cellula». Se dal punto di vista della tecnica l’Italia è all’avanguardia, non lo è però altrettanto da quello della divulgazione e dell’informazione alle pazienti: se si stimano circa duemila giovani donne in età fertile che vanno incontro al tumore del seno, «più alcune altre centinaia ad altri tipi di neoplasie», sono infatti solo «nell’ordine di poche centinaia» le ragazze che, adeguatamente informate, si sono sottoposte al prelievo degli ovociti a fini ‘autoconservativì, prima di sottoporsi a trattamenti antitumorali (anche le più comuni terapie oncologiche possono infatti distruggerli). Viste le sempre maggiori possibilità di sconfiggere la patologia, «è essenziale iniziare a preoccuparsi anche della qualità della vita futura di queste giovani donne, e la possibilità di avere una maternità è forse uno degli elementi più importanti da preservare». La vitrificazione è indicata anche nel caso di patologie ginecologiche come l’endometriosi severa, interventi chirurgici invasivi alle ovaie, storia familiare di esaurimento ovarico precoce, oppure anche per donne che decidono, per vari motivi, di posticipare la gravidanza. In questo ultimo caso, osserva l’avvocato Filomena Gallo, c’è però un «vuoto normativo», perchè può crioconservare i gameti a carico del Servizio sanitario nazionale solo «chi è infertile e entra in un ciclo di Pma oppure chi si sottopone a terapie che possono intaccare la fertilità».

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