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Turchia, archeologi italiani scavano sotto gli occhi di Al Qaida

Per il New York Times è un «Indiana Jones versione abbronzata e dinoccolata» e sicuramente il bolognese Nicolò Marchetti è oggi l’unico archeologo italiano, e probabilmente del mondo, a scavare per scoprire tesori del passato sotto l’occhio attento dei mitra di Al Qaida. Marchetti dirige il team italo-turco che sta riportando alla luce la mitica capitale ittica Karkemish, citata dalla Bibbia, in condizioni tutt’altro che agevoli. Il sito, sulle rive dell’ Eufrate, oggi si trova esattamente a cavallo della frontiera fra la Turchia e una Siria sconvolta dalla guerra civile. Karkemish, scoperta e brevemente esplorata ai primi del 900 da T.H. Lawrence, che poi divenne la leggenda ‘Lawrence di Arabià, ora è in una zona militare piena di mine, al 65% in Turchia, al 35% in Siria. Marchetti è riuscito a ottenere tre anni fa da Ankara il permesso di scavare nella base turca. «I giapponesi avevano offerto un finanziamento di un milione di dollari per ottenere la concessione. Ma l’hanno data a Marchetti, i turchi lo stimano moltissimo» spiega l’ambasciatore ad Ankara Giampaolo Scarante. Fino a quest’anno a Karkemish tutto era più o meno tranquillo. Sul confine si vedevano solo profughi e contrabbandieri. Ma in settembre la sponda siriana della frontiera è passata nelle mani dei qaedisti. «I pick-up con la bandiera nera di Al Qaida, carichi di miliziani armati, passano ogni giorno a 50 metri da noi dall’altra parte del confine» racconta Marchetti. Jihadisti da una parte archeologi italiani dall’altra. «Facciamo di tutto per ignorarci a vicenda». La coabitazione è quasi tranquilla. È vero che il cantiere archeologico è all’interno di un campo militare turco. Una sicurezza, per ora, per gli italiani. A parte il primo giorno, il 3 settembre, quando Al Qaida ha preso d’assalto la cittadina siriana di Jarabulus, sull’altro lato del confine, strappandola al controllo dei ribelli ‘ufficialì anti-Assad dell’Els. «È stato l’inferno, qui è piovuto di tutto» racconta Marchetti, professore di archeologia del Vicino Oriente all’università di Bologna, «volavano pallottole ovunque». «Per fortuna noi archeologi scaviamo buche. Ci siamo tuffati dentro. In quelle più profonde abbiamo anche continuato a scavare» ricorda il professore. «I militari turchi ci dicevano »state giù«. Poi, quando i ribelli Els, si sono consegnati ai turchi per sfuggire a Al Qaida, è tornata la calma. Una tregua armata che da allora regge. E che ha permesso al team italiano di scoprire nuovi tesori. Il pezzo di cui Marchetti è più orgoglioso è una stele, »un pezzo di calcare bellissimo, compatto«, su cui figura il volto del grande re di Babilonia Nabucodonosor, conquistatore di Karkemish, l’uomo che nel 587 ac distrusse Gerusalemme e il Tempio di Salomone, e che fece costruire i Giardini Pensili di Babilonia, Settima Meraviglia del Mondo Antico. Un pezzo unico, una scoperta storica. Ma quest’anno Marchetti, che lavora con colleghi turchi delle università di Istanbul e Gaziantep, ha scavato anche nel passato di Lawrence l’archeologo. Nella casa, oggi in rovina, che si era fatto costruire mentre dirigeva gli scavi, interrotti nel 1914 dalla prima guerra mondiale, e poi rimasti fermi per un secolo, gli italiani hanno scoperto un meraviglioso mosaico vecchio di 2mila anni, che Lawrence aveva fatto staccare e usava come pavimento del salotto. E oltre 300 preziosi frammenti di sculture e geroglifici. Perfettamente conservati. Non che Lawrence fosse disordinato. Ma i militari turchi che dal 1920 occupano il sito li hanno usati, e perfettamente conservati, mescolati al cemento per costruire muri e pavimenti.

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