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Israele fa marcia indietro, niente alloggi, priorità alla questione Iran

Netanyahu fa marcia indietro. Convinto che non sia il momento adatto per una frizione con la comunità internazionale, proprio mentre sul tavolo c’è lo spinoso dossier iraniano. Dopo l’annuncio – diffuso dalla radio militare – sulla costruzione di 20mila nuovi alloggi, che ha fatto scatenare l’ira di Abu Mazen e di Washington, rischiando di far colare a picco i negoziati di pace, il premier israeliano ha deciso di bloccare tutto. Definendo il progetto «un passo senza senso» dal punto di vista «legale e pratico». E chiarendo subito, in un comunicato, le ragioni della decisione: «l’attenzione della comunità internazionale non deve essere spostata dallo sforzo principale, ovvero quello di prevenire l’Iran dall’ottenere un accordo che le consenta di continuare il suo programma militare nucleare». L’annuncio dei nuovi alloggi aveva fatto insorgere il presidente Abu Mazen che aveva lanciato un chiaro avvertimento ad Israele: se non rivedrà i progetti annunciati oggi, l’Anp considererà «finito il processo di pace». E il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat, aveva subito evocato la possibilità di rivolgersi all’Onu. Ma soprattutto la decisione di Israele aveva fatto infuriare gli usa mettendo a serio rischio il traballante negoziato di pace, già minato dal dissenso israelo-americano sul dossier iraniano. Washington ha reagito con una secca richiesta di «spiegazioni». «Siano sorpresi e profondamente preoccupati per questo annuncio e cerchiamo spiegazioni dal governo israeliano», ha detto una portavoce del Dipartimento di Stato. Parole a cui ha fatto eco il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, mentre fonti dell’amministrazione Obama avvertivano che gli Stati Uniti «non riconoscono la legittimità della continua attività» edilizia «nelle colonie». Dall’insieme dei progetti – pianificati dal ministro dell’edilizia israeliano Uri Ariel (del partito ultranazionalista ‘Focolare ebraicò) – il premier Benyamin Netanyahu ha bloccato una parte politicamente ‘sensibilè: quella relativa ai 1.400 alloggi nella zona E-1 che collega Gerusalemme est con la città-colonia di Maale Adumim minacciando di tagliare in due la Cisgiordania. Un ‘casus bellì divampato con fragore già nel 2012, dopo l’ammissione della Palestina come stato non membro dell’Onu: quando Netanyahu, per ritorsione contro la «mossa unilaterale» dell’Anp, annunciò le costruzioni sul sito. E che già allora suscitò un forte scontro con gli Usa e la comunità internazionale, con la conseguente convocazione degli ambasciatori israeliani in vari Paesi. Il piano annunciato in mattinata, con un sostegno economico di circa 10 milioni d’euro, secondo il quotidiano liberal ‘Haaretz’, pur spurgato degli alloggi nella zona E1, contiene comunque elementi potenzialmente esplosivi: ad esempio – ha notato il giornale – nell’insediamento Givat Haeitam, a Efrat, oltre la linea del 1967, o sulle colline intorno al blocco di Gush Etzion. Un reticolo di costruzioni che avrebbe comportato, secondo il presidente della storica organizzazione pacifista israeliana ‘Peace Now’, Yariv Oppenheimer, «la distruzione della possibilità di una soluzione dei due Stati» per due popoli. Il vicepremier Shalom – esponente del Likud, il partito della destra tradizionale che fa capo a Netanyahu – si era al contrario detto stupito, in un primo commento, del clamore suscitato dalla notizia: «Una mosca – aveva minimizzato – viene adesso trasformata in un elefantè». Il ministero dell’edilizia ha precisato a sua volta che «progettazione non equivale necessariamente a realizzazione» e che l’iter in questione sarebbe «pura routine». Facile prevedere invece lo sdegno dei vertici palestinesi a Ramallah. Già ieri uno dei negoziatori e membro del comitato centrale del Fatah (il partito del presidente Abu Mazen) Muhammad Shtayyeh aveva fustigato l’assenza «di volontà politica israeliana» accusando Netanyahu di non «prendere sul serio i negoziati» promossi faticosamente dagli Usa.

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