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Teheran, parla la strada, scetticismo e speranza

In una Teheran fredda e grigia, avvelenata come al solito da oltre 3 milioni di auto e ingorghi ovunque, non si nota alcuna reazione visibile allo storico accordo nucleare di Ginevra. Niente caroselli come dopo l’elezione di Hassan Rohani o la qualificazione ai mondiali, insomma; ma parlando con la gente per strada si coglie tanta speranza – e anche un pò di scetticismo – su un miglioramento della gravosa crisi economica, fatta soprattutto di prezzi impazziti e di disoccupazione nascosta. «La gente è contenta perchè il dollaro andrà giù», dice un’ ex-insegnante che si arrangia con altri lavori. Implicitamente, mischiando macro-economia all’esperienza da massaia, la donna spiega i tassi di inflazione ufficiali attualmente sul 35% annuo con il deprezzamento della valuta iraniana rispetto al dollaro causato dalle sanzioni. Al ruolo delle diseconomie interne indipendenti dagli embargo di cui parlano gli esperti come concausa dell’inflazione, la donna non arriva. Come anche Mehdi, 38 anni, un negoziante, la donna spera solo che i prezzi calino o comunque non corrano più a livelli record (l’Iran, secondo dati della Banca mondiale, ha la quarta inflazione più alta al mondo dopo Bielorussia, Sudan ed Etiopia). Entrambi si sono accorti dell’apprezzamento del 3% del Rial sul dollaro registrato oggi scendendo sotto la soglia psicologica di 30 mila per biglietto verde e allontanandosi dall’incubo di quota 40 mila di un anno fa. La donna teme però che l’accordo non sia stabile come avvenne nel 2003, quando l’Iran sospese l’arricchimento dell’uranio per riprenderlo due anni dopo. E c’è anche chi non crede che persino un’intesa stabile possa cambiare la propria condizione: «siamo stati dieci anni inutilmente sotto sanzioni, ma ora che differenza farà?», era una domanda retorica che si poteva cogliere oggi nella popolare Teheran meridionale secondo un conoscitore della vita metropolitana. Pure Amir, 23 anni, studente universitario è scettico: «secondo me non ci possiamo aspettare che dopo questo accordo tutti i problemi economici vengano risolti». Il suo pensiero va di sicuro alla disoccupazione che colpisce un lavoratore su cinque e una famiglia su due secondo statistiche ufficiose (le uniche attendibili a fronte ai tassi ufficiali sopra il 12%). Dopo tre decenni di dura repressione del dissenso, non è facile trovare chi parli con i media stranieri. Assicurando di cambiar nomi e un pò anche anni e professione, al telefono qualcuno parla. Una casalinga di 45 anni crede che l’intesa aiuterà a riempire le vuote casse dello stato e quindi «a risolvere i problemi dell’economia». Diffuso è il rimpianto per il tempo passato a far fronte con gli effetti delle sanzioni: Elena, 22 anni, una dipendente pubblica, dice: «credo che si sarebbe potuto raggiungere questo accordo dieci anni fa, con la stessa squadra di negoziatori, in modo che la gente e il governo non avrebbero pagato un prezzo così alto negli anni passati». Di attacco israeliano e «Grande Satana», nessuno parla più: dopo anni di minacce israeliane, in genere gli iraniani alzano le spalle e ricordano situazione analoghe del passato risoltesi senza aggressione. «Morte all’America» risuona ormai solo nei comunicati dei volontari integralisti Basiji o nelle manifestazioni organizzate per l’anniversario della presa dell’ambasciata americana nel 1979 e neanche più tanto nelle politicizzate preghiere del venerdì. Soprattutto nella più agiata Teheran nord, si coglie spesso uno strisciante ed inconfessabile filo-americanismo. «Ma sì, cogli americani siamo amici. Perchè essere nemici?», arrivava a chiedere nei giorni scorsi un tassista prevedendo un accordo nucleare mentre guidava sull’autostrada interna Chamran, sgombra solo perchè era tarda sera.

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