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Aids: 10 contagi al giorno. In Italia la più bassa mortalità del mondo

Sono 23mila gli italiani che hanno contratto il virus dell’Aids. Secondo i dati del Centro operativo Aids dell’Istituto superiore di sanità, ogni anno ci sono circa 4mila nuove diagnosi di infezione da Hiv (3.800 nel 2012), una media di dieci ogni giorno. Ad aumentare il numero di casi sono i contagi che colpiscono le donne (il 21% del totale) e l’età in cui si scopre di essere malati (38 anni per i maschi e 36 per le donne). Nell’80% dei casi il virus viene contratto per via sessuale, mentre stanno diminuendo le infezioni per consumo di sostanze per via endovenosa. Ma c’è una notizia positiva: nel nostro paese la mortalità dovuta all’Hiv è la più bassa del mondo. Il tasso di letalità è infatti passato dal 100% del 1984 al 5,7% di oggi.

Serve una diagnosi tempestiva. “Un malato di Aids ha le stesse aspettative di vita di una persona senza il virus se viene curata bene”, spiega Adriano Lazzarin, direttore del dipartimento di malattie infettive dell’ospedale San Raffaele di Milano. A far preoccupare i medici è il ritardo con cui viene diagnosticato il virus. “La malattia – spiega Massimo Andreoni, primario di malattie infettive al Policlinico universitario Tor Vergata – nel 25% dei casi circa viene scoperta quando si presentano i primi sintomi. Questo significa che sono passati anni dal momento del contagio. Gli italiani più colpiti da Aids sono maschi eterosessuali, che non sanno di essere a rischio e quindi non effettuano il test, o lo fanno troppo tardi”. Nel 21% cento dei casi , le donne scoprono di essere malate durante una gravidanza, che a volte porta a un aborto volontario. In tutto sono 35mila le donne con Hiv. Quasi il 40% di loro si è ammalata per un rapporto sessuale non protetto con il partner stabile.

Adolescenti a rischio. I teen ager sono fra le categorie più a rischio. Negli ultimi dieci anni è cresciuto di un terzo il numero degli adolescenti che in tutto il mondo ha contratto il virus. Oggi sono 2 milioni i ragazzi sieropositivi. Spesso hanno meno possibilità degli adulti di accedere alle terapie e alle informazioni necessarie per curarsi. Al numero di ragazzi tra 10 e 19 anni contagiati, sottolinea l’agenzia Onu, vanno aggiunti 3,5 milioni di bambini sotto questa età, e altri milioni che sono a forte rischio. Come per gli adulti, la maggior parte dei casi anche in questa fascia di età si concentra nell’Africa sub-sahariana, dove si stima che solo il 10% dei ragazzi maschi e il 15% delle femmine sappia se è stato o no contagiato. In Italia invece si stimano 400 nuovi casi l’anno sotto i 25 anni, mentre nella fascia di età 10-19 sono alcune decine.

La ‘miccia’ che attiva il virus. Uno studio internazionale ha identificato la principale ‘miccia’ che attiva il virus Hiv. La ricerca, guidata da scienziati del Westmead Millennium Institute di Sydney in collaborazione con colleghi svedesi, ha scoperto che l’Hiv si nasconde in cellule del sistema immunitario in attesa delle condizioni per riprendere l’attacco all’organismo. Si tratta di un passo avanti per capire come mai i trattamenti correnti non riescono a sradicare il virus, anche dopo averlo soppresso per anni. Gli studiosi hanno esaminato cellule di otto pazienti di Hiv che avevano ricevuto terapia antiretrovirale per periodi fino a 12 anni. “La barriera primaria a una cura è un pool considerevolmente stabile di cellule CD4 infette. Queste mandano segnali che attivano altri tipi di cellule immunitarie o cellule-T – incluse le ‘cellule killer’ – quando l’organismo è attaccato da un’infezione”, scrive la principale responsabile dello studio, Sarah Palmer. Le cellule-T sono la miccia che accende la ‘bomba a orologeria’ dell’Hiv. E’ quindi importante sapere quale genere di cellule-T possono attivare il virus conclamato.

“L’Hiv inserisce il suo Dna nell’organismo e può restare in sonno per anni prima che le cellule-T si riattivino per combattere una nuova malattia. Quando si risvegliano e si moltiplicano, producono anche Hiv, e questo succede

a più riprese nei pazienti”, aggiunge Palmer. I risultati suggeriscono che la terapia antivirale impedisce all’Hiv di moltiplicarsi, costringendo il virus ad aspettare finché le cellule-T in cui si è insediato si moltiplicano. Cominciando la chemioterapia antivirale entro tre mesi dall’infezione riduce la riserva di cellule-T infette. Nella prossima fase, la ricerca tenterà di ‘risvegliare’ le cellule infette “per spurgare il virus dalle cellule”.

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