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SIRIA/ USA e GB sospendono l’invio di materiale logistico ai ribelli

Washington e Londra sospendono l’invio ai ribelli nel nord della Siria di «aiuti non letali», vale a dire materiale logistico, dopo che una postazione in mano ai ribelli dell’Esercito libero siriano è stata conquistata dai miliziani qaedisti. Un annuncio che arriva nel giorno in cui si è diffusa la notizia di una nuova strage di civili, per lo più donne, anziani e bambini, abitanti di Nebek, un villaggio solidale con la rivolta anti-regime, a nord di Damasco. La decisione di Stati e Gran Bretagna di sospendere l’invio di aiuti – sospensione che non riguarda gli aiuti umanitari, come ha tenuto a sottolineare in serata la Casa Bianca – è stata presa sull’onda della preoccupazione per l’affermarsi dei miliziani qaedisti che nei giorni scorsi hanno strappato una postazione, a uno dei valichi di confine con la Turchia, in mano all’Esercito libero siriano, uno dei gruppi di ribelli che, almeno nominalmente, sono sostenuti dall’Occidente. La mancanza di concreto sostegno occidentale alla rivolta siriana, dalla fine del 2011, è tra i motivi che ha spinto i ribelli siriani a cercare appoggio e finanziamenti dai Paesi del Golfo e ambienti dell’estremismo islamico. E l’Esercito libero, poco e male armato, è stato sempre più delegittimato in patria a favore di gruppi estremisti (forti di sostegni economici maggiori) e di altre sigle qaediste composti da mercenari giunti da ogni angolo del Pianeta, ma estranei alla causa della rivolta siriana. Gli attivisti siriani non violenti si trovano così ora ad affrontare non solo la repressione del regime di Assad, ma anche il crescente oscurantismo qaedista e l’afflusso massiccio di decine di migliaia di miliziani sciiti filo-iraniani, altrettanto estremisti, giunti a sostegno delle truppe lealiste. In questo quadro a Nebek, si è consumata una sorta di punizione collettiva. Investito dall’offensiva militare delle truppe lealiste appoggiate da milizie libanesi e irachene filo-iraniane, il villaggio a nord di Damasco è stato teatro di una strage con decine di uccisi, anche se gli attivisti hanno finora potuto documentare, con prove video e generalità, una ventina di vittime, massacrate a partire da domenica scorsa. I media del regime del presidente Bashar al Assad non confermano nè smentiscono il bilancio dettagliato – ma non verificabile in maniera indipendente – limitandosi ad annunciare la «bonifica di Nebek», lungo l’autostrada tra Damasco e Homs, dai «terroristi», termine usato per indicare il composito fronte dei ribelli. Secondo testimoni raggiunti telefonicamente a Damasco e sopravvissuti alla mattanza, «miliziani sciiti della brigata Dhul Fiqar hanno partecipato all’assedio di Nebek», durato per circa tre settimane e conclusosi solo lunedì scorso con la caduta della cittadina nelle mani dei lealisti. «Hanno saccheggiato ogni casa, rubando tutto quello che potevano», afferma all’ANSA una sopravvissuta. Le fonti confermano l’uccisione di «decine di civili». Gli attivisti locali hanno documentato la morte di 18 persone, di quattro intere famiglie: tra loro si contano donne anziane, di mezza età, adolescenti e lattanti. E mentre si ha conferma che la nota avvocatessa per i diritti umani siriana, Razan Zeitune, è stata rapita lunedì notte da miliziani islamisti a nord di Damasco assieme a tre suoi colleghi, l’alleanza dei Paesi arabi del Golfo guidata dall’Arabia Saudita ha oggi invocato il «ritiro di tutte le forze straniere» dalla Siria, in un implicito riferimento alle milizie iraniane, libanesi, irachene e di altri Paesi alleati dell’Iran coinvolte nella guerra siriana a fianco di Assad. Ma il regime di Damasco ha risposto accusando gli stessi membri del Consiglio di cooperazione del Golfo di «praticare e sostenere il terrorismo». (ANSA) ZC 11-DIC-13 20:25 NNN

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