| categoria: politica

Pd, in scena rottamatori e rottamandi. Prevale l’unità

S’incrociano nel parterre della fiera di Milano, il ‘vecchiò e il ‘nuovò Pd, che alla prima assemblea nazionale con Matteo Renzi segretario e il premier Enrico Letta in prima fila hanno offerto l’immagine della svolta. Si studiano, i rottamatori e i rottamandi. E in un’assemblea pragmatica, con poche concessioni al superfluo, sorrisi e lunghe code per mangiare un panino al prosciutto, si sono dichiarati rispetto reciproco in nome dell’unità del partito. Renzi ha parlato per più di un’ora, sempre in sala anche dopo, padrone della scena: il grosso dei delegati è suo. Ad ascoltarlo non c’erano però solo le giovani leve della segreteria, che anche quelli contro cui ha vinto la sua sfida ‘rottamatricè e davanti ai quali ha chiarito che cosa vuol dire per lui difendere la storia del Pd: «Casa nostra è sulla frontiera, non al museo delle cere». C’erano tutti gli ex leader, come Massimo D’Alema, che pareva non sarebbe salito a Milano per l’incoronazione del sindaco di Firenze e invece c’era e gli ha stretto la mano. Ma anche Rosy Bindi che, al contrario di D’Alema, non è stata però inserita nella direzione nazionale fra i membri di diritto. Renzi e la Bindi sono arrivati negli stessi momenti, al centro congressi della fiera attorno al quale nuovi grattacieli hanno rottamato una parte della vecchia Milano. Il nuovo segretario correndo per le scale mobili, rincorso dai giornalisti. L’ex ministro a passo lento, in cerca della sala, spiegando alla fine di aver sentito un Renzi che si è «spinto su terreni che sono tutt’altro che scontati con le forze politiche che sostengono il governo». Azzarda molto, per la Bindi, ma «adesso tocca a lui e sicuramente – ha detto – non avrà freni da me» e dovrà invece «guardarsi le spalle» dagli alleati di governo. Il vecchio gruppo dirigente si è seduto in ordine sparso e un pò indietro dalla prima fila dei ‘nuovì. D’Alema ha ascoltato ed è stato poi secco nelle dichiarazioni ai cronisti che a un certo punto lo inseguivano tanto (forse) quanto Renzi. «Do una votazione positiva, dopo gli scontri congressuali – ha sostenuto l’ex premier -. Renzi ci ha presentato una piattaforma di lavoro aperta». A Milano è andata in scena, dunque, l’assemblea dell’unità. Quella di Gianni Cuperlo, presidente in coda per il panino e di Pippo Civati instancabile davanti alle telecamere, con i quali Renzi ha cercato un accordo per una gestione unitaria. E anche quella dei venti sindaci che il nuovo segretario ha voluto nominare in blocco nella direzione del partito, sorta di listino-manifesto del nuovo corso «fuori dal palazzo». Fra gli ex leader, Walter Veltroni è stato il più defilato, ha lasciato Milano subito dopo il discorso di insediamento, quando Pierluigi Bersani è uscito a fumarsi un sigaro in terrazza. «È una bella giornata, un clima positivo – ha sorriso Bersani -. Il dato chiaro che è emerso è la responsabilità del Pd, che è centrale nel sistema politico».

Ti potrebbero interessare anche:

Grillo attacca Renzi ma il premier lo gela: pensa ai voti
SONDAGGI/ Perdono voti il Pd e Forza Italia. Risale il M5S, in crescita la Lega
Delrio ha tentato (invano) di dimettersi?
Matteo Renzi, due anni di Governo
Dichiarazione di guerra nel Pd: D'Alema "suggerisce" un assessore alla Raggi
TERREMOTO: VIA LIBERA EUROPARLAMENTO A 1,2 MILIARDI PER LA RICOSTRUZIONE



wordpress stat