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FONSAI/ Il giudice: sequestrare 120 milioni ai Ligresti

È di 120 milioni di euro, tra beni mobili e immobili, il sequestro conservativo autorizzato oggi dal giudice civile di Milano Angelo Mambriani, nei confronti di Salvatore, Jonnella e Giulia Ligresti e di due ex manager di Fonsai, Fausto Marchionni e Antonio Talarico. Il provvedimento è stato depositato in tarda mattinata in seguito alla richiesta, presentata la scorsa estate dopo gli arresti dell’ingegnere di Paternò, delle sue figlie e degli altri ex dirigenti del gruppo dal commissario ad acta di Fondiaria-Sai Matteo Caratozzolo, dietro impulso di Unipol, nuovo proprietario del gruppo assicurativo. Richiesta però che era stata stimata in 440 milioni, cifra equivalente, secondo i calcoli del commissario ad acta, al danno che sarebbe stato causato dagli ex amministratori al gruppo. Con l’ordinanza di stamani il giudice, che ha sciolto la riserva dopo circa due mesi dall’udienza del 22 ottobre, non solo ha messo un punto fermo valutando il danno in 120 milioni di euro, ma ha anche, tra le altre cose, affrontato due questioni non di poca rilevanza: quella che riguarda l’efficacia o meno della cosiddetta «manleva» e cioè l’esonero dalle responsabilità conferito tempo fa da Unipol ai Ligresti e poi ‘revocatà e quella relativa all’ormai noto «papello». Per il magistrato, infatti, le società interessate «non beneficiano della manleva» che è quindi stata ritenuta «irrilevante rispetto agli interessi da tutelare con il sequestro conservativo richiesto». Ma ancora più importante è la lettura che il provvedimento fa della vicenda del «papello», quella con al centro quel «foglio» sottoscritto un anno fa dall’ingegnere siciliano e siglato dall’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel (ora indagato) e in cui l’ex patron del gruppo e i suoi figli «elencavano benefici che avrebbero desiderato fossero loro riconosciuti in vista della loro uscita dal controllo di FonSai»: 45 milioni per la cessione del 30% di Premafin, il riconoscimento ai tre figli di Ligresti e allo stesso Salvatore di 700 mila euro a testa per cinque anni, nonchè incarichi, consulenze, benefit altri vantaggi come le vacanza gratuite al Tanka Village in Sardegna sotto forma di pagamento dell’affitto degli appartamenti all’interno del complesso turistico. Si tratta, osserva il giudice, di una «ennesima riprova della coesione della famiglia nella tutela e realizzazione dei personali interessi dei suoi componenti» e, inoltre, è «arduo ipotizzare, allo stato e per quel che risulta agli atti di questo procedimento, l’esistenza in capo ai Ligresti di un credito fondato sullo scritto appena menzionato». Insomma il papello, «allo stato, pare possa legittimare una mera aspettativa, come tale insufficiente ad integrare una garanzia patrimoniale valutabile in questa sede, non certo un diritto di credito e, a ben vedere, nemmeno un diritto contenzioso». Nell’ordinanza – contro la quale i legali del Ligresti presenteranno reclamo nonostante si siano visti accogliere alcune delle eccezioni preliminari opposte alla richiesta di sequestro – si sottolinea anche come «non si può trascurare la rilevanza tanto degli stessi episodi di mala gestio qui contestati ed ulteriori rispetto alle Operazioni Immobiliari, quanto delle vicende relative al cosiddetto ‘Papello Nagel’ (…) quali indizi sia dell’interesse di ciascuno dei componenti della famiglia Ligresti e di tutti congiuntamente a mantenere il controllo di FonSai, sia dell’esercizio congiunto del potere gestorio propriamente od impropriamente inteso sia del perseguimento, a mezzo dell’esercizio di quel potere, di interessi personali in contrasto con quello sociale». «Invero – prosegue il provvedimento – il ruolo di consulente per taluni affari immobiliari riconosciuto da Fonsai a Salvatore Ligresti, dietro pagamento di compensi assolutamente esorbitanti, per prestazioni in netto conflitto di interessi» si è risolto «nella creazione di una ‘cabina di regià delle Operazioni Immobiliari» ed avrebbe avuto lo scopo di «pilotare quelle Operazioni nella direzione effettivamente assunta in danno di FonSai ad a vantaggio delle società del Gruppo Ligresti». Ciò, annota ancora il giudice, «costituisce la plastica rappresentazione della circostanza che, all’interno di Fonsai, il conflitto di interessi era stato istituzionalizzato, introiettato mediante la costituzione di una sorta di organo parallelo e reso operante all’interno dei meccanismi di governance societaria».

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