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IMMIGRAZIONE/ Al Cie di Ponte Galeria dopo le bocche cucite è sciopero della fame

Hanno sofferto la guerra, patito la fame e la carestia. Molti di loro hanno sborsato migliaia di euro per lasciare il proprio paese e provare a rifarsi una vita in Italia. Il loro sogno si è però infranto tra le cancellate del Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, a Roma. Da ieri gli immigrati, quasi tutti di nazionalità africana, stanno dando vita ad una protesta choc: dieci di loro si sono cuciti le labbra con ago e filo, mentre tutti gli altri sono in sciopero della fame e delle terapie mediche contro quella che loro stessi definiscono una «detenzione». Ed invece tecnicamente sono chiamati «ospiti», in attesa di essere rimpatriati nel loro paese. Un termine che suona come una beffa, almeno a sentire le testimonianze di chi nel Centro ci vive ormai da molti mesi. Oggi a verificare le condizioni degli immigrati sono arrivati numerosi politici, tra cui il presidente del Pd, Gianni Cuperlo, che si è detto «sconcertato» ed «indignato». Così come il vicesindaco di Roma, Luigi Nieri, ed il presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, Luigi Manconi. «Qui è come stare in carcere», dice Mohamed, 44enne di origine marocchina. «Ci trattano come animali – continua -, c’è chi è qui dentro senza aver commesso alcun reato. La struttura è danneggiata, mal funzionante, una situazione bruttissima». «Stare dietro queste sbarre è bruttissimo – sottolinea -. Gli operatori non c’entrano nulla, loro non fanno altro che eseguire degli ordini. La struttura è fatiscente, danneggiata, male organizzata. Per dormire ci danno delle lenzuola di carta, così come gli asciugamani che ci cambiano solo dopo tre giorni. Le docce sono vecchie e non funzionano. È inaccettabile, siamo esasperati. Tutto questo deve finire». Il dramma degli «ospiti» del Cie di Ponte Galeria lo si legge sui loro volti, sui volti di chi ha deciso di cucirsi le labbra per lanciare un disperato appello di aiuto. A parlare non sono le loro bocche, ma i loro occhi, colmi di lacrime e rassegnazione. «Si tratta di luoghi che semplicemente non dovrebbero esistere in un paese civile – afferma Cuperlo -. I Cie sono strutturalmente inadeguati e lesivi della dignità di donne e uomini trattenuti in via amministrativa ma reclusi di fatto». «I fatti di Lampedusa e quanto sta accadendo qui a Roma hanno rilanciato il dibattito sulla necessità di superare i Cie così come sono – dice il Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni -. Ma per affrontare questa situazione di emergenza non occorrono provvedimenti straordinari, basta solo iniziare ad applicare norme e a portare a regime progetti che esistono già

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