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DIETRO AI FATTI/ Shalabayeva, la spy-story non è ancora all’epilogo

di Carlo Rebecchi

E’ presentato da molta stampa come un “trionfo dell’Italia”,  il ritorno a Roma questa mattina di Alma Shalabayeva, la moglie del fuoriuscito dal Kazakhstan Muktar Ablyamov, che proprio dall’Italia era stata Astana. La Shalabayeva e la figlioletta Alua (presenti anche gli altri figli della donna, Madina e Aldyar) sono stati anche ricevuti alla Farnesina dal ministro degli esteri Emma Bonino, grazie al cui “impegno coerente” – ha affermato la Shalabayeva – lei e la figlia hanno recuperato la “libertà di movimento” e il diritto di espatriare. Ed è sicuramente bene che questa storia si sia conclusa bene per Alma e Alua, perché che il Kazakstan non è la patria dei diritti umani è noto.  La spy-story non è però ancora all’epilogo. Non è infatti detto che il ritorno a Roma della Shalabayeva cancelli automaticamente i giudizi  che sull’espulsione della donna dall’Italia alla fine del maggio scorso avevano espresso per esempio il presidente del consiglio Enrico Letta (“imbarazzo e discredito”) e dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che aveva parlato di “vicenda dolorosa e inaudita”.

Nei prossimi giorni Alma Shalabayeva dirà la sua verità ai magistrati che indagano per chiarire le modalità dell’estradizione – avvenuta in tempi brevissimi e apparentemente in maniera precipitosa – e, anche sulla sua presenza in Italia con documenti falsi. La responsabilità di quei fatti fu come noto addossata interamente sui funzionari del Viminale, ai quali si era rivolto l’ambasciatore kazako a Roma. Il ministero degli esteri aveva sostenuto di non essere stato informato che a posteriori. Come in ogni “spy story” che si rispetti, i punti da chiarire. Il primo riguarda i reati contestati a Muktar Ablyamov nel suo paese: fuoriuscito per reati “normali”  o per motivi politici? E poi si dovrà cercare di chiarire se effettivamente, come è sempre stato detto, nessuno  fu informato della vicenda a livello politico, come sostenuto dalla Farnesina.  Come è anche da accertare se corrispondono a verità  le voci secondo le quali il ministro Bonino avrebbe portato a termine la sua missione per il rientro della Shalabayeva a Roma soprattutto grazie a sue “informazioni e contatti personali” piuttosto che elementi forniti da servizi istituzionali.

Una voce sentita da più parti, nei corridoi del Palazzo, vuole che lo zelo mostrato dai funzionari del Viminale per rispedire la Shalabayeva nel suo paese potrebbe avere come spiegazione il fatto che il Kazakstan è un paese non solo ricchissimo ma anche strategicamente importante per alcune nostre grandi aziende, a cominciare dall’Eni, che vi ha impianti petroliferi. Tutti i governi italiani hanno del resto avuto rapporti molto stretti con il governo di Nursultan Nazarbayev. Le due inchieste aperte dalla Procura di Roma dovranno tentare di chiarire questi aspetti. Mentre la diplomazia italiana, e soprattutto i servizi di informazione, farebbero probabilmente bene a cercare di capire se la liberazione della Shalabayeva possa essere una mossa  di Nazarbayev per giocarsi questa carta su un altro tavolo. Per esempio, come scritto dal Messaggero, per accreditarsi come più “credibile” nella battaglia legale per rimpatriare e processare Ablyazov, che è detenuto in Francia, e sul quale pende una richiesta di estradizione russa alla quale la magistratura francese ha dato parere favorevole. Una “politica dal volto umano” di Nazarbayev, si osserva, potrebbe rendere più convincente poi la Repubblica centroasiatica nella sua richiesta di rimpatrio.

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