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La Televisione compie 60 anni

Il famoso teatrino di Carosello che aprì il suo siparietto alle 20,45 del 3 febbraio 1957

Era il 3 gennaio 1954, una domenica, quando a Milano in diretta dai nuovi studi di Corso Sempione la voce rassicurante e sorridente di Fulvia Colombo, pronunciò la fatidica frase: ”La Rai, Radio televisione italiana, inizia oggi il suo regolare servizio di trasmissioni televisive”. Nasce ufficialmente la televisione italiana. O almeno è da questa data che la tv, alla quale in Italia in un modo o nell’altro si lavorava dal lontano 1929, comincia le sue trasmissioni regolari.

Iniziano le prime immagini in bianco e nero con un segnale ancora non molto chiaro. Ma il successo non tarda ad arrivare. Già nei primi mesi dell’anno gli abbonati erano 24 mila, diventati poi 88.118 a dicembre del ’54, quando i ripetitori erano 9 e gli studi televisivi 8 (5 a Milano, 2 a Roma, 1 a Torino). Nel giro di quattro anni si superò ampiamente il milione. E in dieci anni i milioni di abbonati erano cinque.

Certamente non pochi, tanto più se si pensa che la particolare conformazione orografica italiana, con la sua prevalenza di picchi e avvallamenti, costringeva la rete non efficientissima di trasmettitori a lasciare in ombra parecchie zone del territorio. Già nel ’58, comunque, la quasi totalità della popolazione era potenzialmente in grado di sintonizzarsi sulle frequenze del Programma Nazionale. Tant’è. Come ricorda Aldo Grasso nella sua ponderosa storia della televisione italiana (Garzanti), il primo programma annunciato dalla dolce Fulvia Colombo, quel 3 gennaio del 1954, fu una breve rubrica settimanale di interviste a ‘note personalità’ in arrivo o in partenza dall’aeroporto di Ciampino.

Si intitolava per l’appunto ‘Arrivi e Partenze’ e andò in onda alle 14.30: a fare gli onori di casa c’erano Armando Pizzo e un giovane Mike Bongiorno, già perfettamente a suo agio nel ruolo di intervistatore e intrattenitore. La regia era di Antonello Falqui. In serata, dopo una rubrica dedicata all’arte, il Tg (alle 20.45, più tardi rispetto ad oggi), seguito dal primo talk show della televisione italiana (si intitolava Teleclub), e poi dalla recita ‘in diretta’ di una commedia di Goldoni. In chiusura, nemmeno a dirlo, la gloriosa La Domenica Sportiva, il programma in assoluto più longevo della tv italiana.

Da lì un diluvio di palinsesti e di programmi che hanno accompagnato e fatto la storia del Paese, dal mitico Lascia o Raddoppia? sempre con Mike Bongiorno che dal novembre 1955 unificherà l’Italia, catalizzando l’attenzione di tantissimi ogni giovedì sera, fino al teatro d’autore (il 30 dicembre del 1954 esordisce in tv Eduardo De Filippo con Miseria e Nobiltà di cui firma anche la regia) a Il Musichiere di Mario Riva. Senza contare gli sceneggiati, lo sport, i programmi per combattere l’analfabetismo (Non è mai troppo tardi con l’indimenticabile maestro Manzi in onda dal novembre del ’60) e quelli per bambini (il primo programma per i più piccoli ‘Zurlì, mago del giovedì’, con Cino Tortorella, va in onda il 10 gennaio del 1957, lo Zecchino d’Oro arriverà nel ’59).

Carosello, con il suo teatrino di ‘reclame’ in onda tutte le sere dopo il telegiornale, arriva il 3 febbraio del 1957, lo stesso anno di esordio di Rin Tin Tin. Il ’58 è l’anno di Canzonissima (vince Nilla Pizzi con l’Edera) e del Festival di Sanremo (la vittoria è di Mimmo Modugno con Nel blu dipinto di blu), entrambi già collaudati dalla radio. Nel giro di pochissimo, insomma, la ”spaventosa macchina”, della tv, come la definisce nei giorni dell’esordio il giornalista de La Stampa Luigi Barzini, dimostra tutto il suo fascino e il suo potere sugli italiani. Le sue, sono parole profetiche: ”Tra breve, senza dubbio, l’apparecchio sarà letteralmente ovunque, dove ora sono radio -riceventi , in parrocchia, nello stabilimento di bagni, nelle trattorie, nelle case più modeste. La capacità di istruire e commuovere con l’immagine unita alla parola e al suono è enorme. Le possibilità di fare del bene o del male altrettanto vaste. L’Italia sarà in un certo senso, ridotta ad un paese solo, una immensa piazza, il foro, dove saremo tutti e ci guarderemo tutti in faccia. Praticamente la vita culturale sarà nelle mani di pochi uomini”.

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