| categoria: sanità Lazio

Simona poteva essere salvata, denunciati due medici del San Giovanni

Avrebbero potuto salvare la vita alla 28enne morta a fine ottobre scorso all’ospedale San Giovanni dopo essere stata trovata agonizzante nel cortile della sua abitazione di Roma. È questa l’ipotesi investigativa in base alla quale due medici, uno del pronto soccorso ed un altro del reparto di ginecologia, sono stati denunciati dai carabinieri con l’accusa di omicidio colposo per la morte di Simona Riso. Secondo quanto appurato dagli investigatori, i medici non avrebbero adottato tutte le misure idonee per evitare il decesso della ragazza. All’arrivo della giovane al pronto soccorso, infatti, avevano avviato il solo protocollo per violenza sessuale dopo che la stessa ragazza aveva riferito di essere stata violentata. In seguito non fu rilevato però alcuno stupro, ma delle fratture che risultarono fatali. Simona, studentessa fuorisede di origini calabresi, venne trovata agonizzate nel cortile il 30 ottobre scorso, dopo essere precipitata dal terrazzo di copertura del palazzo in cui viveva nel quartiere San Giovanni. Al momento dell’arrivo dei soccorsi avrebbe detto ai sanitari di essere stata violentata. Per questo i medici attivarono il protocollo che si esegue in casi simili. Tralasciando però traumi legati a dinamiche differenti, per i quali poi è morta. Nelle settimane successive alla morte gli investigatori passarono al setaccio la vita della ragazza e, tra le altre ipotesi, non si escluse neppure quella di un tragico gesto dovuto forse ad un forte trauma psicologico causato da comportamenti di una persona a lei vicina. Ma Nicola, il fratello di Simona, definì più volte l’ipotesi come «priva di fondamento», perchè – disse – «siamo fermamente convinti che mia sorella sia stata uccisa da qualcuno che la conosceva ed escludiamo categoricamente che in passato sia stata violentata». Una tesi sostenuta anche da tutti i familiari, ma poco credibile da parte degli investigatori che nei giorni successivi alla disgrazia sentirono, in Calabria, anche amici e parenti della ragazza.

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