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Privatizzazioni, lo Stato vende i suoi gioielli dal ’92: ha ricavato 127 miliardi

Una nuova stagione di privatizzazioni si avvicina. L’obiettivo è sempre lo stesso di ventuno anni: ridurre il debito per restare nei parametri di Maastricht. È dal 1992 che lo Stato Italiano privatizza ed è dal 1992 che il debito pubblico continua a salire. Finora le privatizzazioni hanno fruttato 127 miliardi di euro. Ma il debito pubblico è passato dagli 850 miliardi (849.920 miliardi) di euro del ’92 ai 2.104 miliardi del novembre 2013 (ultimo dato aggiornato da Bankitalia). Una cifra quasi triplicata. Stiamo parlando di 1.254 miliardi di debito pubblico accumulato in 21 anni. Cifra che fa sembrare piccola cosa i 127 miliardi incassati globalmente dalla vendita, totale o parziale, di importanti aziende di stato. A guardare le cifre sembra di voler svuotare un lago con un mestolo da cucina. Oltre a ridurre il debito, le privatizzazioni avrebbero avuto come obiettivo anche quello di rendere più efficienti i servizi e abbassare i costi delle tariffe. Questo è accaduto sul fronte delle telecomunicazioni, dove la rivoluzione informatica ha portato ad una riduzione dei costi. Ma diverso è il caso se si guarda ai pedaggi autostradali: dal 1999, anno della privatizzazione di Autostrade (incasso 4,18 mld di euro) – secondo alcuni calcoli fatti da Sergio Rizzo sul Corsera – i pedaggi sono saliti del 65%, quasi il doppio dell’inflazione che nello stesso periodo si è attestata al 37,4%. Diversa è invece la lettura se si guarda il lato finanziario. Secondo uno studio di Bankitalia del 2005, negli anni Novanta chi investì in società dei settori interessati alle privatizzazioni vide più che raddoppiare il rendimento del proprio capitale. Ma torniamo al 1992. È l’anno in cui si privatizzano Cementir, Stet, Pavesi, Ilva Piombino e si liquida un gigante di stato, l’Efim, ormai in bancarotta. Incasso complessivo dell’anno vale 1,496 miliardi di euro. L’anno successivo l’incasso è di 1,651 miliardi e vanno via il Credito Italiano e la Cirio. Il 1994 comincia la vera prima grande stagione delle privatizzazioni. Si passa alle vendita per offerta pubblica di due fra le maggiori banche italiane: la Banca Commerciale Italiana (Comit) e l’Istituto Mobiliare Italiano (Imi) insieme alla principale compagnia di assicurazione, l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (l’Ina). Sempre nel 1994 vanno via la Stet e il colosso agroalimentare Sme (erano sue la Motta, l’Alemagna e Autogrill), l’incasso sale a 5,761 miliardi. Nel 1995 lo Stato mette sul mercato il suo colosso degli idrocarburi l’Eni (in 4 tranche diluite in 4 anni) insieme all’Italtel. L’incasso complessivo dell’anno 1995 è di 5,315 miliardi di euro che salgono a 6,425 nel 1996. Nel 1997 le privatizzazioni portano alle casse dello Stato più di 15 miliardi (15,435) e sarà un caso che proprio di 16 miliardi circa salirà il debito pubblico l’anno successivo, il 1998, passando dai 1.238 ai 1.254 miliardi. Sempre nel 1998 ancora con Eni, Bnl, Alitalia e Aem l’incasso è di 9,6 miliardi. Il 1999 è l’anno più proficuo. Con la privatizzazione di Enel, Autostrade, ma anche Acea, le banche Mps e Mcc, si sfiorano i 20 miliardi (19,628). L’anno successivo, il 2000, sono Finmeccanica e Aeroporti di Roma ad andare in borsa e si incassano 8,7 miliardi. Negli anni successivi le cifre sono più basse. Per una nuova stagione delle privatizzazione bisogna aspettare il biennio 2004-2005 con la vendita di altre quote di Enel, la vendita di quote di Terna oltre a Wind e STMicroelectronics. Nel 2004 si incassano 11,932 miliardi che salgono nel 2005 a 15,886 miliardi. Dal 2006 al 2011 le privatizzazioni vanno a scartamento ridotto, l’incasso complessivo è di 5,8 miliardi in 6 anni, nel 2012, anche grazie alla vendita di parte delle azioni Eni controllate da Cassa Depositi Prestiti, l’incasso complessivo delle privatizzazioni arriva a 3,7 miliardi.

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