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ROMA/Camorra: “Holding Pizza” voleva espandersi anche in Cina

Pensavano in grande i fratelli Righi. Avevano oltre venti tra bar, ristoranti e pizzerie a Roma – più un centro benessere -, quasi tutti in centro, ma non si accontentavano. Antonio, Salvatore e Luigi, cinquantenni napoletani trapiantati da 20 anni nella capitale, imprenditori alleati del clan camorristico Contini, volevano mettere su un business di pizze surgelate in Cina. E da lì espandersi nel mondo. Oppure avevano portato a termine operazioni immobiliari da milioni di euro nell’Est europeo. È impressionante l’ordinanza di duemila pagine firmata dal Gip di Napoli Raffaele Piccirillo, che ha fatto arrestare quasi 90 persone la settimana scorsa. Beni per 250 milioni sono stati sequestrati. Ma erano troppi i soldi dei boss da riciclare per fermarsi, secondo i magistrati. Una ‘lavanderia’ ben rodata dei proventi della droga, delle estorsioni e dell’usura, talmente efficiente che dei Righi si avvalevano anche altri clan, i Mazzarella in primis. Sempre però dentro l’Alleanza di Secondigliano, che secondo il Gip si sta imponendo agli altri cartelli criminali napoletani. I fratelli Righi progettavano nel 2008 di produrre pizze surgelate a Shangai, formando personale locale, per poi commercializzarle in tutto il mondo. Volevano la certificazione internazionale del marchio ‘Zio Ciro’, un nome che ricorre sulle insegne dei loro locali. È quello del padre 80/enne dei tre, che ancora giorni fa, dopo l’arresto dei figli, si poteva incontrare da ‘Pizza Ciro’ in via della Mercede, a Roma, tra la Camera dei deputati e piazza di Spagna. Ossequiato dai camerieri napoletani assieme alla moglie, Maria Stasio, 79enne. Entrambi prestanome della holding da oltre 20 anni, mai arrestati. Tra le operazioni all’estero degli imprenditori della camorra l’acquisto di un immobile per 8 milioni di euro nella zona vecchia di Bratislava, in Slovacchia, Nella terra di Denisa Papcova, compagna di Fedele Giannandrea, uno dei «prestanome di professione» dei Righi. Un esercito, tra parenti di sangue, acquisiti, amici e conoscenti. E poi la Gran Bretagna, con una società da 2 milioni di sterline di capitale creata da Antonio Righi e pronta all’uso. E ancora la Croazia e il Brasile. Forti di una rete di complicità, i Righi, che comprendeva secondo il Gip «la corruzione di pubblici funzionari per ottenere le licenze» dei locali. Un filone ancora da approfondire. Di sicuro, secondo il giudice Piccirillo, al servizio dei Righi c’era un viceprefetto, Francesco Sperti, indagato. Già impegnato in Comuni sciolti per mafia eppure a disposizione da oltre 10 anni. Che si considerava «amico» dei Righi e che rimproverava di pagarlo poco – 1500 euro al mese. «Come un cameriere – diceva al telefono a Luigi Righi -. Fatemi almeno caposala…».

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