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TEATRO/ Palcoscenici Capitolini in crisi, non si dialoga: l’incontro ‘Lasagna Romana’ al Valle Occupato

L’intenzione degli organizzatori dell’incontro ‘Lasagna Romana’ al Valle Occupato era quella di ragionare sulle problematiche emerse dopo due anni di occupazione, e di aprire una discussione sulle politiche teatrali capitoline. A Roma la cultura è in crisi profonda. Il Sindaco Marino ne ha fatto il suo cavallo di battaglia in campagna elettorale, ma la situazione non è cambiata e le responsabilità delle istituzioni sono evidenti. La domanda fondamentale a cui si è cercato di rispondere è la seguente: ‘come si fa rilanciare il teatro nella Capitale?’. Nei vari interventi si è evidenziato un nucleo di problematiche che il Comune deve necessariamente affrontare, volendo sbrogliare la matassa teatrale romana. L’80 per cento del teatro italiano è irregolare: attori, autori e registi non pagati, senza contratto, senza tutele. C’è una generazione di operatori formati e poi parcheggiati, senza possibilità di entrare in un sistema da anni impermabile, chiuso in sè stesso e gerontofilo. Si parla di giovani spesso ben preparati, costretti in una spirale di eterna formazione – tra laboratori e stage – in attesa di una breccia che continua a sfuggire. Altra questione è la diffusa diffidenza degli operatori del settore nei confronti delle istituzioni, dovuta a una sostanziale mancanza di politiche culturali efficaci. Tale diffidenza ha portato a una serie di tentativi (a Roma numerosissimi: l’occupazione del Valle è solo l’esempio più eclatante) di sostituirsi alle istituzioni stesse in quello che dovrebbe essere il loro compito: incentivare e favorire la produzione teatrale e l’educazione dei cittadini al palcoscenico. Singoli operatori indipendenti, centri sociali e privati hanno cercato di costruire una comunità teatrale più accessibile, sia ai lavoratori che agli spettatori. La formazione teatrale, in senso lato, dovrebbe coinvolgere una quotidiana (o almeno settimanale) fruizione dei palcoscenici. La vera natura del teatro, storicamente, è popolare – non elitaria – ma il cittadino romano (e italiano) è portato a pensare che la serata a teatro sia qualcosa di particolare, di eccezionale. Il palcoscenico si è allontanato dallo spettatore anche perchè le istituzioni hanno smesso di valorizzarlo e – non finanziando adeguatamente il settore – hanno finito per negarlo alla ‘strada’ e alle periferie, confinandolo principalmente in vetrine luccicanti molto meno accessibili (anche per il prezzo dei biglietti). L’occupazione del Valle, discutibile quanto si voglia, è una conseguenza di questa situazione, e ha il merito di aver ripuntato i fari della politica e dell’opinione pubblica sul teatro. D’altra parte, per affrontare il problema in modo organico, il Comune non può non far parte della partita: è necessario il suo ruolo di collante organizzativo e programmatico. Molti degli intervenuti hanno espresso proprio l’esigenza di costruire una comunità che faccia fronte comune: un unico, solido interlocutore che faccia sentire la propria voce alle istituzioni. Le iniziative dei singoli, per quanto lodevoli, sono spesso ignorate dagli altri operatori e finiscono per risuonare solo nell’ambito del quartiere. L’osmosi delle idee, in ambito creativo, è vitale. In sua assenza, le correnti artistiche non si formano, e se si formano non evolvono. Occorre censirsi, stabilire obiettivi comuni concreti, darsi delle scadenze. In poche parole, serve un tavolo istituzionale stabile tra ente locale e operatori teatrali – come accade in altri settori lavorativi. Le informazioni devono transitare, il dialogo dev’essere continuo: il Comune deve sapere dove e come intervenire. Le risorse per la cultura, di questi tempi, sono poche: vanno almeno utilizzate con criterio. E’ ovvio che a monte dovrebbe esserci un interesse delle istituzioni per le problematiche di cui si è scritto, ed è ovvio che una città come Roma non può permettersi istituzioni che ne siano sprovviste.

Lorenzo Marziali

Da ‘Il Corriere di Roma’ n. 3 2014

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