| categoria: Roma e Lazio

Una cabina di regia all’amatriciana che non salverà Roma

E’ o non è, Roma, una delle grandi capitali del mondo, come tutti affermano, a cominciare dal sindaco Ignazio Marino? Si. E diciamola tutta: il marziano che atterrasse a Roma e, aprendo i giornali, leggesse la composizione della “cabina di regia” di cui Campidoglio starebbe per dotarsi, non potrebbe non rimanere confuso. Chiedendosi, magari, se non abbia sbagliato città. Prima di partire da Marte, aveva infatti dato per scontato che la “cabina di regia” di una città di livello mondiale – Tokyo o Londra, Parigi o Berlino, e via di seguito – dovesse essere di quel livello, che riunisse cioè alcuni dei migliori, per capacità e prestigio, del Paese. All’ombra del Colosseo invece, e senza offesa per nessuno, si trova a dover chiedere: “D’Ausilio chi?”, “Zammataro chi?”, “Peciola chi?”. Se poi, smarrito, cerca aiuto su Wikipedia, si rende conto che uno soltanto dei “registi” romani vi è effettivamente menzionato, Gianluca Peciola. E non per meriti politici, ma soltanto perché nel processo (1993) contro alcuni militanti di estrema destra che lo avevano aggredito quand’era militante di Autonomia, era stata ascoltata come testimone una giovane donna poi rivelatasi essere unaterrorista “rossa”, Diana Blefari Melazzi, che si suiciderà in carcere perché condannata all’ergastolo.

Solamente il sindaco Marino, proprio perché anche lui “marziano”, sarebbe forse in grado di spiegare al suo “conterraneo” i misteri della politica romana (oltre che italiana…). E anche il significato, la “mission”, della citata “cabina di regia”. Interrogativi che, pur essendo ormai abituati a tutto, si pongono anche gli osservatori “tradizionali” della “cosa” capitolina, anch’essi come l’ipotetico marziano sorpresi del “livello” della “cabina diregia”. Pur essendo convinti che per far finalmente decollare “l’era Marino” una qualche “invenzione” sia necessaria, e quindi perché no una “cabinadi regia”, vedrebbero volentieri nel ruolo di “registi” o “aiuto-registri” non dei funzionari di partito ma “teste d’uovo” o “guru” o come li si voglia chiamare, con tutte le caratteristiche per trascinarsi dietro l’indolente e mediorientalizzato “popolo romano”. Che, diciamola tutta, meriterebbe molto meglio dei soliti riti – rimpasto si, rimpasto no – e non aspetta altro, sul piano nazionale come su quello cittadino, che qualcuno che sappia prendere le decisioni, e le attui senza essere temere di essere accusato, dai farisei che lo sostengono, di decisionismo.

Si spera quindi, nella Capitale, che la “cabina di regia” possa fare ai romani la grazia di un governo della città più efficace. Ma senza illusioni e anzi con la (quasi) certezza (che non si vorrebbe tale) che ciò non avverrà. Se Marino avesse voluto e potuto imboccare una strada nuova, fuori dalla tutela dei partiti della sua maggioranza, lo avrebbe già potuto fare; e i romani, è una certezza, lo avrebbero applaudito. Non lo ha fatto probabilmente, ed è una almeno parziale scusante, perché ha trovato sulla sua scrivania tanti problemi urgenti da risolvere – in primis il bilancio – e non ha voluto correre il rischio del commissariamento della Capitale. Ma ora, prima che cominci la campagna elettorale per le “europee”, che si preannuncia già come un festival della demagogia, dovrebbe a nostro giudizio avere la capacità di emanciparsi da chi sembra frenare la sua promessa elettorale di attuare una “reale discontinuità” con il passato, in primo luogo Pd e Sel. Magari contando sull’aiuto che, dal livello nazionale, potrebbe dargli il segretario del Pd Matteo Renzi. Perché, in fondo, il programma del candidato al Campidoglio era molto simile a quello con il quale il candidato Renzi ha stravinto in dicembre le primarie del Pd.

Al momento non è certo se Renzi riuscirà o meno a trasformare in fatti concreti la sua linea (ma la minaccia delle elezioni anticipate dimostra che ha fegato) ma è sotto gli occhi di tutti che non esprime soltanto concetti nuovi ma si comporta anche in modo nuovo. Passando dalle chiacchiere da Bar dello Sport a quella che dovrebbe essere “La politica”; e facendo in modo che chi lo facesse fallire, perché questa possibilità esiste, dovrà spiegarlo poi agli elettori. E perché non potrebbe agire in questo modo anche Marino? Qualcuno dubita che avrebbe difficoltà ad ottenere unamaggioranza plebiscitaria se presentasse misure per “bonificare” le municipalizzate, a cominciare da un’Atac che è tra le peggiori aziende di trasporti cittadini in Italia, e da un’Ama i cui dirigenti non si vergognano della sporcizia che inonda le nostre strade della Capitale (chiosa personale: chi scrive è ridotto a vergognarsi ogni volta che il nipotino Philippe, 5 anni, quando viene a Roma da Losanna, dove vive, gli dice guardandosi interno meravigliato “Ma perché è così sporco?”). Senza parlare poi dei disservizi cronici di una burocrazia capitolina contro i quali i romani non hanno neppure più la forza di indignarsi.

Ora, non ci sono motivi per dubitare che i componenti della “cabina di regia” siano persone per bene. Se ne conosce l’impegno, che è esemplare. Si tratti di Gianluca Peciola il quale, al di là dell’impegno “rivoluzionario” in favore dei curdi o delle comunità zapatiste del Chiapas, ha sostituito al giovanile impegno “antagonista” (da Autonomia operaia a Action) la “mission” dell’inserimento sociale dei tanti giovani che senza politiche adeguatedi inclusione rischiano di rimanere ai margini della società; “mission” portata avanti anche a livello politico cittadino nel Sel, prima nell’ambito di un municipio ora come capogruppo capitolino. Impegno condiviso anche dal suo collega di partito Maurizio Zammataro, da poco coordinatore del Sel per l’area metropolitana romana. Così come è per il bene della società romana l’azione di Francesco D’Ausilio, capogruppo del Pd in Campidoglio, il quale nella vita privata si occupa di progetti europei, soprattutto nell’ambito delle star-up e del turismo, per molti uno “zingarettiano di ferro”, oggi capogruppo del Pd in Campidoglio. Persone al di sopra di ogni sospetto e con aperture mentali ampie e aperte alla realtà di oggi.

Il problema, direbbe il marziano (quello arrivato ieri, non Marino), è un altro. E’ che Peciola, Zammataro e D’Ausilio sono, o saranno, nella cabinadi regia non per inventare idee nuove, ma per fare in modo che Marino si adegui alle esigenze dei partiti, che coincidono peraltro sempre meno con quelle dei cittadini. A Roma, Pd e Sel sono quelli che si possono tranquillamente definire “poteri forti”. Il primo a livello politico-economico, il secondo a livello sociale, date le turbolenze originate dalle diseguaglianze, sottolineate anche da papa Francesco, esistenti in una città di livello “mondiale” non soltanto per le sue bellezze artistiche ma anche per il divario tra ricchissimi e poverissimi. Problemi che i partiti dicono di voler risolvere, ma che in molti casi non affrontano con la determinazione che ci vorrebbe perché, per loro, sarebbe un po’ come tagliare il ramo sul quale sono appollaiati. E’ per questo che si continua qui a fare riferimento a schemi ideologici che altrove sono stati messi in soffitta. Per evitare che risolvendo i problemi della gente una politica di buon senso ed equa il loro ruolo dei partiti egemoni, diventato con gli anni sempre più bloccato, venga inevitabilmente ridimensionato.

Si dirà che il Pd e il Sel sono costretti a fare così perché in questo modo difendono la democrazia. Diciamo piuttosto che, così, rischiano di passare per quelli che difendono la “loro” democrazia e la “loro” sopravvivenza. Certamente non sbagliano quegli osservatori i quali hanno visto nella composizione della “cabina di regia” un asse privilegiato destinato a far prevalere questi due partiti sugli altri che pure fanno parte della giunta capitolina (Centro democratico e Lista civica per Marino); e, in parallelo, quasi una sorta di “commissariamento” del vicesindaco Luigi Nieri , del Sel, e del segretario del Pd romano Lionello Cosentino, molto probabilmente considerati non abbastanza forti, o “troppo morbidi”, nei confronti diMarino. Il quale traccheggia sui veri problemi della città, dando in pasto a chi è alla ricerca del nuovo promesse di aree pedonali e piste ciclabili e creando l’impressione di essere in attesa di una qualche “visione” e “rivelazione” che ne indirizzi il mandato sulla strada giusta. E c’è chi si chiede se questa visione non possa essere la spallata del Pd di Renzi al dalemiano e bersaniano Pd capitolino e al Sel. Per trasformarli in una sinistra romana al servizio dei cittadini, senza ideologie. O per spazzarli via. Carlo Rebecchi

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