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ISRAELE/ Migranti africani con le spalle al muro, cresce la rabbia

Migranti africani in Israele

Gli autobus per portarli via potrebbero comparire presto: nei quartieri bassi di Tel Aviv migliaia di migranti africani vivono giorni di tensione. In queste settimane Israele sta infatti portando molti di loro a Holot (Neghev), un Centro di accoglienza da 1700 posti che alcune Ong vedono come una sorta di prigione. Chi viene convocato, non può rifiutarsi: pena il carcere. «Ci raccattano dalle strade…Siamo trattati come bestie selvagge», esclama con indignazione Aron Z., 28 anni, un immigrato dall’Eritrea laureato in geografia. Nel Giardino Lewinsky, il loro principale punto di incontro, fra gli scivoli sgargianti, le altalene per i bambini e la stazione della polizia israeliana, i migranti avvertono di essere sottoposti ad una pressione crescente da parte del governo, determinato a scrollarsi di dosso il «fardello» di 53 mila sudanesi ed eritrei. A Tel Aviv la loro vita è sempre piu precaria. Chi lavora, è pagato in nero. Nel Neghev li aspetta una installazione dove saranno condannati ad almeno un anno di ozio. A meno che non preferiscano tornare «spontaneamente» in Africa. Questo mese in 700 lo hanno fatto, ricevendo da Israele 3.500 dollari per adulto. Il governo dice che è proprio quella è la strada da intraprendere: «di loro volontà, sia ben chiaro ». In queste strade fatiscenti che evocano glorie passate del sionismo (Via Ritorno a Sion, Via Battaglione del Lavoro) ai piedi della Stazione centrale degli autobus la collera sta montando. «Siamo profughi, non criminali», hanno scandito a squarciagola il mese scorso quando a decine di migliaia si sono presentati a Piazza Rabin a Tel Aviv e di fronte alla Knesset di Gerusalemme. Nella prigione di Saharonim c’è stato uno sciopero della fame. A Holot, primi incidenti fra ‘ospitì e guardiani. Aron giura che lui, in Eritrea, non tornerà. Ha alle spalle una fuga; un arresto; una colluttazione con un secondino; una seconda fuga; una marcia di 150 chilometri fino al Sudan. In Egitto è stato vittima di attacchi razzisti. A piedi ha attraversato il Sinai egiziano e alla vista di una pattuglia militare israeliana ha provato sollievo. La prima parola che imparata in ebraico è stata Lewinsky: ossia il capolinea della sua odissea. Oltre un secolo fa a Vilna l’erudito Leib Lewinsky – da cui prendono nome sia una via sia una piazza)- scriveva, in yiddish, un romanzo di fantascienza. Nella sua incredibile lungimiranza immaginava che nel 2040 ci sarebbe stato uno Stato ebraico sovrano. Un vero gioiello, sognava; una società utopistica, tecnologica, socialista, morale, pacifica. Ma a pochi passi dal Giardino Lewinsky la signora Esty G., sulla sessantina, capelli grigi a spazzola, una treccina sul collo, ammette di aver ormai paura ad avventurarsi per strada. L’altro giorno un sudanese l’ha apostrafata in buon ebraico: ‘Donna, quanto prendi all’ora per un atto sessuale?’ Un altro africano l’ha sferzata con parole altrettanto ostili: ‘Torna in Russia, questa terra non ti appartienè. Lei è nata a Tel Aviv, è cresciuta in questa città di sole e di mare, che ama con passione. Ma che ha cambiato volto. Nel suo condominio («Sono proprio fortunata!») tutti gli altri inquilini sono filippini, gente tranquilla. Ma nella casa accanto proprietari avidi stipano fino a venti africani in ogni appartamento, chiusi in celle asfissianti, senza i minimi servizi. Quell’edificio pullula ora di 200 anime in pena, sta andando a pezzi. L’unico israeliano rimasto si sente ‘l’ultimo dei mohicanì. Di sabato, quando i negozi restano chiusi, Esty è l’unica donna bianca per strada. «Gli africani sono giovani, fanno da padroni. Mi dicono che dovrei andarmene. Ma questa, perbacco, è Tel Aviv, mica una colonia in Cisgiordania». Lewinsky, lo scrittore idealista, si aggirerebbe inquieto in queste strade dove ormai si masticano miseria e rancore e dove la micro-violenza, già quotidiana, rischia di passare ad una fase più avanzata quando altri convogli di autobus accenderanno i motori, diretti alle dune di Holot, al Centro dell’Accoglienza Forzata.

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