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SIRIA/ Dilagano le radio libere, voci dell’opposizione combattuta dal regime

La voce dell’opposizione in Siria. Questo il ruolo delle radio libere, un fenomeno che si sta espandendo sempre di più nel paese martoriato da tre anni di conflitto che ha provocato oltre 100mila morti. Cantine, soffitte, sgabuzzini vengono trasformati in poco tempo in studi radiofonici. La strumentazione ovviamente non è all’avanguardia e il segnale viene captato per pochi chilometri. Ma tanto basta per i giovani speaker che vogliono raccontare ai loro concittadini la ‘lorò guerra, facendo da controcanto ai media del regime. I fondatori delle radio libere – tra le principali Radio Watan, Radio al-Kul e Radio Hara – sono spesso attivisti che hanno avuto un ruolo di primo piano durante le prime fasi della rivolta contro Bashar al-Assad. Il governo, per ovvi motivi, prova ad ostacolarle in tutti i modi. I gruppi jihadisti infiltrati tra l’opposizione armata considerano i responsabili di queste radio «infedeli» perchè trasmettono musica e soprattuto perchè non censurano il canto delle donne, attività ritenuta immorale e contraria all’Islam dagli estremisti. Alcune di queste radio – scrive il New York Times – hanno ricevuto aiuti economici dal governo degli Stati Uniti, che ha speso oltre 20 milioni di dollari per formare e addestrare i giornalisti dell’opposizione. Di recente Washington ha facilitato l’ingresso in Svizzera ad alcuni di loro per fargli diffondere notizie sui colloqui della conferenza di pace Ginevra-2. La radio libere sono solo le ultime arrivate sul fronte della guerra dei media, ma si sono già ritagliate uno spazio importante. In un paese nel quale le difficoltà di accesso e movimento rendono complicato il lavoro dei giornalisti indipendenti, ogni giorno regime e opposizione si sfidano a colpi di informazione per influenzare la comunità internazionale. La stampa filogovernativa sottolinea che la guerra è un «complotto terroristico guidato dalle potenze straniere», mentre i media dell’opposizione mettono in evidenza gli abusi commessi dagli uomini di Assad, pubblicando video raccapriccianti delle violenze. Queste radio invece non si rivolgono all’estero, ma ai siriani all’interno del paese. «Sono più economiche di una tv e più accessibili al pubblico perchè all’ascoltatore non basta che l’energia elettrica per seguirci. È sufficiente una piccola radio con due batterie», spiega Obai Sukar, direttore di Radio al-Kul. «La gente ci chiede sempre a quale brigata apparteniamo. Quando rispondiamo che siamo indipendenti resta sorpresa e ci guarda con sospetto», aggiunge Adna Hadad, direttore ad Aleppo di Radio Hara. «Vogliamo rovesciare il regime, ma quando i ribelli sbagliano lo diciamo», sottolinea Alisar Hasan di Sout Raya. Il loro è un lavoro scomodo. Diversi ‘radio-attivistì sono stati uccisi dalle forze governative o rapiti dai gruppi estremisti. I pericoli sono tali che spesso il contenuto delle trasmissioni viene registrato in Turchia. Nei palinsesti non c’è solo politica, medicina, cultura, ma anche notizie di carattere pratico come consigli sulla manutenzione di una macchina o su come evitare checkpoint dell’esercito. «Quando i siriani ascoltano musica o programmi di intrattenimento non deve trattarsi necessariamente di rivoluzione – conclude Sukar – Noi proviamo a ricordare ai cittadini il loro lato umano, come vivere una vita e non essere solo una macchina di morte».

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