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IL CONVEGNO/2 – I mali di Roma 40 anni dopo. Due chiacchiere con l’Autore Daniele Di Mario

L’Autore Daniele Di Mario

Durante la presentazione del suo libro è stato detto da alcuni relatori che del convegno di 40 anni fa rimane poco e niente se non una speranza e questa speranza si chiama Papa Francesco. Papa Francesco riguardo agli omosessuali ha detto; “chi sono io per giudicare?” Quaranta anni fa la Chiesa rappresentata da Poletti e Di Liegro tentarono di ‘cristianizzare’ lo Stato nel senso di immettere nello Stato i valori del Cristianesimo. Non teme che oggi, a distanza di quarant’anni, stia avvenendo l’esatto contrario? Ovvero che lo Stato stia tentando di immettere nella Chiesa quei valori laici di uguaglianza e democrazia su cui si fondano gli Stati moderni?

Oggi purtroppo l’eco del convegno diocesano di quarant’anni fa si è spenta. Prima dell’uscita del libro in pochi ricordavano l’anniversario dell’iniziativa di Poletti. Eppure, le emergenze del 1974 sono per certi versi le emergenze di oggi. Penso all’immigrazione e al grande tema dell’accoglienza. Allora era l’immigrazione dal Mezzogiorno, oggi è l’immigrazione dal Mezzogiorno del mondo. Allora c’erano le borgate, oggi l’emarginazione di molti quartieri di periferia dove manca inclusione sociale e spirito di comunità. La verità è che non si è riusciti a praticare una vera redistribuzione del reddito attraverso l’unico strumento che il Comune in quanto ente locale ha: l’efficienza dei servizi pubblici, dai trasporti agli asili nido, al sostegno alle famiglie. Papa Francesco nel Te Deum di fine anno ha ammonito sulle contraddizioni di Roma, da una parte città di straordinaria bellezza e ricchezza, dall’altra Capitale indifferente al prossimo. In questo senso Francesco, un Pontefice fortemente interessato alle dinamiche della propria diocesi – sicuramente più di quanto lo fosse Benedetto XVI, più teologo – e ancorato alla riforma conciliare le cui potenzialità ancora non sono state del tutto espresse, è indubbiamente una speranza. Riguardo agli omosessuali, è evidente che il tema oggi va affrontato diversamente rispetto a quarant’anni fa. Non perché non esistessero, ma perché oggi, pur non essendo stati sconfitti completamente molti pregiudizi, il clima culturale è cambiato e chi è omosessuale lo dice. Anche se il disagio interiore non solo non è facile da arginare, ma viene amplificato da troppe discriminazioni che ancora ci sono. Molti omosessuali sono cristiani e cattolici. Cosa deve fare la Chiesa? Emarginarli? Escluderli dalla Luce di Cristo? Un conto è il tema del matrimonio e della famiglia tradizionale, altro conto quello del peccato. Francesco si comporta nel solco della tradizione cristiana: chi sono io per giudicare? A ben guardare è uno dei primi insegnamenti di Cristo. Infine, non credo che Poletti e Di Liegro abbiano tentato di cristianizzare lo Stato. Il convegno diocesano nacque per motivi pastorali essenzialmente legati al Vaticano II e finì per avere connotati politici, strumentalizzati da alcuni ma visti sempre con una certa apprensione in Vicariato. I valori di uno Stato, pur essendo esso laico, non possono scindersi da alcuni valori del Cristianesimo, almeno in Europa e in Occidente. E’ il tema delle radici cristiane dell’Ue: come si fa a negare duemila anni di cultura. L’uguaglianza è un valore laico che si afferma con l’Illuminismo, ma nel Vangelo è inequivocabile. Io credo che Stato e Chiesa debbano essere due ambiti separati. Ma trovo sbagliato ritenerli due ambiti contrapposti.

E’ vero, uno dei primi insegnamenti di Cristo è non giudicare, anche se sarebbe più corretto dire: “ricordati che, con la stessa severità con cui giudichi gli altri, sarai a tua volta giudicato”. E’ anche vero però che Cristo disse a Pietro “ciò che legherai e scioglierai in terra sarà legato e sciolto in cielo”. Quindi, il potere, o meglio il dovere, in qualità di padre e guida, di giudicare a Pietro e ai suoi Successori è stato dato. Lei parla di cambiamenti culturali, ma le società si evolvono, non le religioni. Ciò che la Chiesa riteneva sbagliato 2000 anni fa (e gli omosessuali 2000 anni calcavano già il pianeta) lo deve essere anche oggi se riconosciamo al culto la sua trascendenza e ai suoi officianti di essere gli unici depositari dell’unica ed immutabile Verità. Questa Verità può essere in qualche modo alterata?

La società grecoromana viveva i rapporti interpersonali in maniera molto diversa dalla nostra. In Grecia l’omosessualità tra un uomo maturo e un giovane veniva considerata addirittura parte integrante del processo educativo. Nell’Antica Roma, ma a partire dalla tarda Repubblica e dall’età imperiale, le cose erano diverse, pur essendo accettata la bisessualità. Questo però solo in ambito maschile. Perché per le donne le cose andavano diversamente: non potevano lavorare, erano tenute alla fedeltà coniugale (che non rappresentava un vincolo per gli uomini), dovevano tenere un contegno virtuoso tanto in casa quanto all’esterno. Una prima ma parziale emancipazione della donna si avrà solo da Traiano in poi. Il Cristianesimo alle sue origini si incardina in questo contesto sociale e finisce inevitabilmente per mutarlo. Tuttavia, il culto segue come unica regola il Vangelo. Solo a partire dal 325, con il primo Concilio ecumenico di Nicea presieduto dall’imperatore Costantino per ricostruire l’unità del culto e la pace religiosa, la Chiesa che in quel momento diventa cattolica cioè universale, si dà le proprie regole e i propri dogmi. Sostanzialmente il Concilio stabilì la natura divina di Cristo e il fatto che egli fosse figlio di Dio. Tutto il resto venne dopo e le condizioni sociali finirono inevitabilmente per influenzare i dettami della Chiesa e naturalmente viceversa. Sugli omosessuali la Chiesa ha sempre tenuto una posizione netta, difendendo la famiglia naturale costituita da uomo e donna consacrata nel matrimonio. Papa Francesco non sconfessa questo, dice solo: chi sono io per giudicare. Un’apertura non all’omosessualità, ma semmai al perdono, all’uomo e al cristiano che resta tale se crede in Cristo figlio di Dio e figlio dell’uomo risorto. Del resto la stessa impostazione è ravvisabile nell’apertura ai divorziati. Non è in discussione l’indissolubilità del matrimonio consacrato in Dio, ma l’opportunità di privare un cattolico del dono più grande che Cristo ha lasciato: l’Eucarestia. Andrea Rambaldi

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